mercoledì 16 marzo 2016
Prezzi depressi, malattia dei Paesi vecchi
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L’Italia in deflazione non è una buona notizia per le famiglie. Perché rispetto ai vantaggi immediati che i prezzi in calo sembrano promettere, in realtà 'sconti' generalizzati si accompagnano a molti problemi: stagnazione dei consumi, produzione più bassa, fallimenti di imprese, disoccupazione, crisi. È per questo che la Banca centrale europea sta facendo tutto il possibile per riportare l’inflazione al livello obiettivo del 2%. Sforzi che tuttavia al momento non riescono a produrre i risultati sperati. Perché? Difficile da dire, ma una spiegazione fornita da alcune recenti ricerche sulla difficoltà nel governare l’inflazione con la politica monetaria riguarda la struttura della popolazione: il 'capitale umano' che manca in questa fase sono i giovani. In sostanza non ci sarebbero abbastanza famiglie con figli per avere la dose di inflazione necessaria a garantire uno sviluppo equilibrato.  Per capire come mai avviene questo bisogna rendersi conto di quali e quanti danni possono nascere dalla deflazione. Un primo problema riguarda il parametro del debito sul Pil: in assenza di crescita (anche dell’inflazione), il rapporto è destinato ad aumentare, con tutto quello che può comportare in termini di manovre correttive dei conti pubblici. Prezzi più bassi, poi, costringono le imprese a comprimere i margini di guadagno, spingono i datori di lavoro a ridurre il personale, avvicinano le aziende al fallimento. Se poi le famiglie prevedono che i prezzi resteranno bassi ancora a lungo, ecco che rinvieranno le decisioni di acquisto, aggravando la crisi e avviando una spirale negativa difficile da fermare. La deflazione, insomma, significa problemi oggi e guai domani. E una delle categorie che viene più penalizzata di quanto non lo sia già, sono proprio i giovani. Il presidente della Bce, Mario Draghi, lo ha spiegato bene in un recente colloquio con il Guardian, citando una ricerca della Banca centrale: gli alti livelli di disoccupazione giovanile sono «una tragedia» che «minaccia l’armonia sociale», mentre i bassi livelli di inflazione compromettono le prospettive dei Millennials accrescendo la disuguaglianza generazionale: «Nell’area euro livelli troppo bassi di inflazione producono una redistribuzione di ricchezza dalle famiglie più giovani e più indebitate a favore di quelle più anziane, che in genere sono creditori netti».  L’inflazione, infatti, rende i debiti più sostenibili, mentre la deflazione favorisce le rendite fisse, come gli assegni previdenziali. È anche per questo che, si ritiene, una popolazione più anziana tende a esercitare una pressione affinché la politica monetaria, di fatto, favorisca la deflazione. Eppure non è così semplice. Uno studio di due economisti  finlandesi, Mikael Juselius e Elöd Takáts, riportato sul numero di marzo di Finance&Development, la rivista del Fondo Monetario internazionale, dimostra in modo empirico come molte teorie vadano riviste considerando che più di tanti fattori a incidere sull’inflazione è in realtà la composizione della popolazione. In buona sostanza, più è elevata la quota di giovani dai 5 ai 29 anni, e di anziani dai 65 ai 79 anni, rispetto al numero di persone in età da lavoro, più viene esercitata una pressione inflazionistica. E viceversa. Le ragioni sono ancora tutte da chiarire, e non basta parlare di 'aspettative' sui prezzi oppure di tendenza a risparmiare o spendere più di quello che si produce in rapporto all’età. Quello che invece appare evidente alla luce dei risultati della ricerca è che se oggi in Europa gli anziani non mancano affatto, ad essere carenti sono invece i giovani e i genitori che li mantengono. Cioè le famiglie. È questo il 'capitale umano' che in questo momento manca perché in Europa si rivedano un po’ di inflazione e di crescita. La Bce, più di tanto, non può fare. I governi forse sì.
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