martedì 5 aprile 2016
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Non è solo l’ennesima dimostrazione della «Putin-fobia» imperante in Occidente, dove è diventato «tabù dire qualcosa di buono sulla Russia». È – parola del Cremlino – uno «scandalo» fabbricato a tavolino da una «cosiddetta comunità giornalistica » composta da «ex rappresentanti del dipartimento di Stato, della Cia e di altri servizi speciali». Con un preciso obiettivo geopolitico: offuscare i successi «dell’esercito russo in Siria e la liberazione di Palmira». Ci sono volute meno di 24 ore perché la più grande fuga di notizie della storia della finanza si trasformasse in un altro round dell’interminabile “match” a distanza tra Mosca e Washington. Domenica, è uscito il dossier “Panama Papers”: per quasi un anno, 307 giornalisti di 76 diversi Paesi, riuniti nell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), hanno “spulciato” 11,5 milioni di documenti segreti – 2,6 terabyte – passati da una fonte anonima a due giornalisti della Sueddeutsche Zeitung interessati all’inchiesta Commerzbank (banca tedesca accusata di frode) e provenienti dai computer dello studio legale Mossack Fonseca. Il bureau, con sede a Panama City e succursali in 27 Paesi, è specializzato nell’aiutare gli interessati ad aprire società off shore nello Stato del canale o in qualche altro “paradiso fiscale”, al riparo dagli occhi “indiscreti” del fisco o degli organismi internazionali di sorveglianza. Ne è emerso un intricato sistema di “scatole cinesi” grazie al quale dodici leader mondiali e centinaia di vip, uomini d’affari, politici, con la complicità di migliaia di società e almeno 28 banche tedesche, hanno spostato, senza lasciare traccia, miliardi e miliardi di dollari in isolotti dai nomi esotici e i controlli blandi. Tra gli oltre 800 clienti di Mossack- Fonseca finiti sulla ribalta mediatica non c’è il nome di Vladimir Putin. Vi è, però, quello di Sergeij Roldugin, violoncellista del teatro Marinskij di San Pietroburgo e amico di vecchia data del presidente nonché proprietario di azioni in agenzie pubblicitarie e banche, tra cui il 3,2 per cento di Rossiya, vicina al Cremlino e per questo sanzionata dagli Usa dopo l’annessione della Crimea. Proprio con l’aiuto di quest’ultima e del suo capo, Jurij Kovalcjuk, Roldugin avrebbe “aiutato” lo “zar” a dirottare oltre due miliardi verso una rete di società off shore. Il giorno dopo, la risposta, al vetriolo, del Cremlino che, attraverso il portavoce, Dmitri Peskov accusa l’Occidente – in primis gli Stati Uniti – di impiegare i media per la propria «guerra sporca contro la Russia». Nessuna risposta, per ora, dagli Usa: il dipartimento di Giustizia ha solo detto che esaminerà la documentazione per verificare eventuali casi di corruzione. Dalla “difesa in attacco” di Putin si distinguono le strategie più caute degli altri leader coinvolti, dall’argentino Mauricio Macri all’ucraino Petro Poroshenko al premier islandese Sgmundur Gunnlaugsson. Questi smentiscono eventuali comportamenti illeciti e ribadiscono di aver dichiarato i capitali “spostati”. Sarà. Intanto, però, alcuni degli Stati coinvolti hanno già avviato le indagini sulle fortune svelate. La prima ad aprire un’inchiesta formale è stata l’Australia, seguita da Nuova Zelanda, India, Francia, Spagna e Austria. Mentre Gran Bretagna e Norvegia hanno chiesto l’accesso alle carte. Un’ipotesi già respinta dalla Sueddeutsche Zeitung. Panama, da parte sua, ha annunciato verifiche su eventuali reati e promesso di cooperare «vigorosamente» con qualunque inchiesta giudiziaria, secondo l’espressione del presidente Juan Carlos Varela. Quest’ultimo ha precisato che proprio grazie alle riforme adottate dal suo governo, il Paese del canale è stato rimosso dalla “lista grigia” dei paradisi fiscali dell’Ocse. L’Icij, però, sottolinea come tra i consiglieri di quest’ultimo, fino a marzo, ci fosse proprio Ramón Fonseca Mora, fondatore dello studio incriminato. «Abbiamo sempre rispettato la legalità, questo è un attacco contro il nostro Paese – ha tuonato Fonseca – perché attrae un gran numero di capitali». © RIPRODUZIONE RISERVATA Nella foto al centro delle due pagine, una veduta di Panama, la città della scandalo fiscale. A destra, nell’ordine: il presidente russo Vladimir Putin, il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud, il leader cinese Xi Jiping e il presidente ucraino Petro Poroshenko.
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