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Enrico Lenzi mercoledì 13 settembre 2017
Per Attilio Oliva, l'Università deve aiutare scuole e famiglie. Nord Italia in linea con i Paesi avanzati, ma il divario con il Sud peggiora. Pochi fondi per gli Atenei
Attilio Oliva, presidente dell'Associazione Treelle

Attilio Oliva, presidente dell'Associazione Treelle

«Non dobbiamo piangerci addosso, ma certamente è tempo di prendere misure significative che possano dare una svolta alla situazione». Attilio Oliva, presidente dell’Associazione Treelle, che ha collaborato nella presentazione dei dati del Rapporto Ocse 2017, è, come sempre, molto diretto nell’approccio ai problemi.

I Neet in Italia raggiungono il 26% tra i 15 e i 29 anni. Come è possibile?
In primo luogo voglio sottolineare che il problema coinvolge tutti i Paesi dell’Ocse, che registra un 14% complessivo. Certo non si può nascondere che la nostra percentuale ci pone vicino alla Grecia e alla Turchia in fondo alla classifica. Ma guardando i dati regionali si evidenzia un’altra lettura.

A cosa si riferisce?
Compare un’Italia divisa dove il dato dei Neet nelle regioni del Nord è in linea con la media Ocse, mentre nel centro-sud le percentuali sono quasi doppie rispetto alla media Ocse. È il segno di una spaccatura, di un divario che va peggiorando. Un divario che invece di diminuire continua ad allargarsi.

Quali strumenti si possono mettere in campo?
Va detto che il Sud è ricco di giovani capaci e intelligenti, ma preferiscono andare al Nord perché sono consapevoli che lì ci sono maggiori possibilità di impiego. Insomma come accade per la "fuga dei cervelli" dall’Italia. Purtroppo sembra difficile e complesso cambiare questo humus culturale dalle radici lontane e profonde che si vive nel Sud.

Un altro aspetto su cui si invita a intervenire è l’orientamento, guardando alle aspettative del mondo del lavoro. Ma come conciliarle con le attitudini personali?
Non è un invito a mortificare le attitudini dei singoli. Domandiamoci, però, come e dove nascono queste scelte? Chi influisce? In primo luogo sono le famiglie, le quali, però, non hanno alcuna conoscenza dell’andamento del mondo del lavoro.

Allora il compito spetta alla scuola?
Senza dubbio, ma anche in questo caso non abbiamo docenti che possano fare orientamento con l’attenzione al mondo del lavoro. Non sono preparati e non riescono certo a fornire agli studenti uno scenario completo sulle aspettative future.

Ma le attitudini personali?
Ribadisco non vanno mortificate, ma serve che il giovane compia scelte responsabili e informate. Inutile invitare a iscriversi a Scienze della formazione e non dire che in questo settore gli sbocchi occupazionali sono difficili. Bisogna dirlo con chiarezza. Poi se un giovane sente forte la vocazione per questo settore compirà i suoi studi, ma sarà consapevole delle difficoltà che potrà incontrare.

E l’Università quale ruolo è chiamata a svolgere?
È uno dei soggetti a cui l’orientamento "informato" compete così come scuola e famiglia. Ma sull’università voglio anche sottolineare che dobbiamo investire di più. I dati evidenziano che la nostra spesa per l’istruzione è pari al 4% del Pil, ma il nostro 3,1% di spesa per la scuola è molto vicina al 3,3% della media Ocse. A fare la differenza è l’investimento proprio sull’Università che in Italia si ferma allo 0.9%, mentre la media Ocse arriva all’1,6%. Un divario da colmare.

Dopo la presentazione dei dati del Rapporto Ocse 2017 si sente ottimista o pessimista?
Credo che si debba essere consapevoli delle luci e delle ombre che il nostro sistema evidenzia. Una grande luce è data dalla scuola dell’infanzia frequentata da oltre il 95% dei bambini tra i 3 e i 6 anni. È un punto di forza del nostro sistema formativo. È fondamentale per cercare da subito di aiutare tutti i bambini a creare pari opportunità di apprendimento superando da subito le inevitabili differenze di partenza. È una mossa strategicamente giusta, anche se darà i suoi effetti sul lungo periodo.

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