Inchiesta. Come misurare il progresso sociale dei Paesi


Andrea Di Turi lunedì 29 giugno 2015
Il «Social progress index» si applica alle economie e alle imprese. Per un modello di sviluppo che riesca a unire Profit e Non profit. Parla Elena Casolari, Ad Fondazione Acra Ccs.
C’è un movimento che sta crescendo in tutto il mondo. Si propone di superare la tradizionale dicotomia tra Stato e mercato. Ma anche quella tra profit e non profit. È il movimento delle imprese sociali, o social business. La settimana prossima imprese e imprenditori sociali da ogni parte del pianeta si daranno appuntamento a Milano, città di Expo 2015, per il Social enterprise world forum (Sewf). Un evento che viene organizzato annualmente dal 2008, cioè proprio dall’anno – e forse non è un caso – in cui è deflagrata la grande crisi che ha travolto molte delle certezze, o presunte tali, su cui si era retto fino a quel momento il processo di sviluppo. «È la prima volta che si tiene in Italia e la prima che, dopo aver girato il mondo, torna in Europa dopo l’edizione del 2008 a Edimburgo»: a dirlo è Elena Casolari, Ad di Fondazione Acra-Ccs, che organizza l’evento, e membro del Comitato consultivo di Sewf. A lei abbiamo chiesto che contributo il movimento del social business sta portando alla definizione di un modello di sviluppo più attento al sociale e all’ambiente, sostenibile e inclusivo. Che comprende anche l’individuazione di metriche e indicatori che sappiano andare oltre quelli tradizionali come il Pil.Qual è il messaggio principale di Sewf 2015?Quello sintetizzato nel titolo: "Growing a new economy". Nel senso che dopo la crisi, che ha mostrato il fallimento sistemico dei modelli dominanti, occorre guardare ai nuovi modelli ibridi di cui le imprese sociali sono portatrici: è una sorta di "quarto settore", il racconto di un nuovo modello economico.Come si può definire il "quarto settore"?Le definizioni sono difficili, anche perché c’è molta diversità nell’interpretare l’impresa sociale nel mondo: non si può restringere a una forma giuridica, o a una divisione profit-non profit, perché ha un respiro che va oltre. La cosa importante è che ovunque ci sono le premesse affinché si sviluppino imprese e imprenditori sociali con l’ambizione di prendere le virtù di ogni settore e di combinarle. In una logica di saggia sostenibilità. È questo che accomuna le imprese sociali: tornare alla centralità dell’uomo, allontanandosi dalle derive della massimizzazione del profitto e di ogni massimizzazione.Anche questo nuovo modello ha bisogno di misure e indicatori. In Italia Istat e Cnel hanno sviluppato il Bes (Benessere equo e sostenibile), l’Ocse propone il Better Life Index, le Nazioni Unite parlano di Human Development Index, il Bhutan calcola la Felicità interna lorda. Il social business cosa propone?C’è stata in effetti una proliferazione di questi indicatori. Noi nutriamo aspettative importanti sul Social Progress Index (Spi), anche in virtù del fatto che la stessa Ue di recente l’ha adottato con l’intenzione di spingerlo nei Paesi membri. Ma l’area in cui lo si sta sperimentando con maggiore successo è l’America Latina. In Paraguay, che potrebbe diventare il benchmark mondiale, Michael Porter e Michael Green – due fra i maggiori economisti del think tank Social Progress Imperative che promuove lo Spi, ndr (vedere box in pagina, ndr) – hanno già avuto diversi incontri con le autorità di governo.Perché lo Spi potrebbe emergere rispetto agli altri?Perché è duttile, ha una capacità di adattarsi sia al contesto macro, sia a quello micro. In Brasile, ad esempio, ci sono contatti con Coca-Cola e con Natura, la prima grande multinazionale riconosciuta come "benefit corporation" (certificazione che attesta come un’impresa produca benefici anche sociali e ambientali oltre che economici, ndr), per l’applicazione dello Spi ad alcuni loro grossi progetti. Ci sono anche imprese sociali, e al Sewf presenteranno il loro lavoro, che stanno lavorando alla definizione di modelli e all’individuazione di parametri ispirati allo Spi che consentano di misurare nel tempo l’impatto sociale. La questione resta comunque complessa, quando si tratta di indicatori di impatto sociale, perché entrano in gioco variabili intangibili. Oltretutto i processi di analisi e misurazione rischiano di diventare molto costosi.L’enciclica "Laudato sii’" che ruolo potrà giocare nella promozione del "quarto settore" o comunque di un nuovo modello di sviluppo?È un grande incoraggiamento, che riassume tutto quello che questo movimento propone. Del resto già circa un anno fa papa Francesco aveva speso per gli investimenti a impatto sociale importanti parole di apprezzamento, che molto spesso vengono ricordate in occasione di eventi su questi argomenti.E l’Italia, con la sua lunga e ricca tradizione di cooperazione e impresa sociale, che contribuito può dare a questo movimento?L’Italia ha una potenzialità enorme. Ma proprio per il suo glorioso passato corre il rischio di non andare avanti: occorre sapersi mettere in ascolto, con umiltà, confrontandoci con quanto accade nel resto del mondo, per conoscere e co-creare senza paura del diverso. Il nostro Paese ha bisogno di nuovi modelli di business e, anche nell’ambito delle imprese sociali, di attrarre più giovani per favorire un ricambio generazionale.
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