giovedì 29 settembre 2022
La pensano così due imprenditori su tre. Piace anche ai lavoratori. Fadda (Inapp): «Bisogna evitare un ritorno a modelli organizzativi del passato»
Sebastiano Fadda, presidente dell'Inapp

Sebastiano Fadda, presidente dell'Inapp - Archivio

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Il lavoro agile piace a imprenditori e lavoratori. Per due datori su tre (66%) incrementa la produttività e consente il risparmio dei costi di gestione degli spazi fisici, in particolare per le piccole imprese. Non solo, per il 72% aumenta il benessere organizzativo e migliora l’equilibrio vita-lavoro dei dipendenti. Sul versante dei lavoratori, invece, è il miglioramento della qualità della vita lavorativa ad essere particolarmente apprezzato. Per l’80% migliora l’organizzazione e la gestione degli impegni privati-familiari, per il 72% favorisce una maggiore autonomia rispetto a metodi, orari, ritmi, e luoghi di lavoro e soprattutto, il risparmio di tempo negli spostamenti (90%). È quanto emerge dalla giornata di studi sullo smart working organizzata oggi a Benevento dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), nel corso della quale l’Istituto di ricerca ha presentato due rapporti: Attualità e prospettive dello smart working. Verso un nuovo modello di organizzazione del lavoro?, che analizza oltre 15mila interviste a occupati (dai 18 anni) e a 5mila unità locali/imprese del settore privato extra agricolo (V Indagine sulla Qualità del lavoro) e Verso lo smart working? Un’analisi multidisciplinare di una sperimentazione naturale. Alla riflessione su questi temi hanno portato un contributo i partecipanti alla tavola rotonda: Luisa Corazza, direttrice del Centro Aria e ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università del Molise, Roberta Roberto, ricercatrice dell'Enea, Alessandro Ramazza, consigliere di amministrazione di Randstad Italia e presidente di Assolavoro, Mario Mirabile, fondatore e vicepresidente esecutivo di South Working, Giovanni Scansani, docente dell'Università Cattolica di Milano e Gaetano Natullo, ordinario di Diritto del lavoro, Dipartimento Demm dell'Università del Sannio. Nel commentare i dati Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, ha sottolineato come «bisogna evitare di riportare indietro le lancette dell’orologio. Se con la pandemia il lavoro agile ha permesso la salvaguardia di molti posti di lavoro, adesso bisogna puntare a migliorarne i processi produttivi continuando a favorire la digitalizzazione e ad investire sulla organizzazione smart del lavoro, modalità che avvantaggia sia le imprese che i lavoratori, come emerge dalle due ricerche. D’altra parte, lo smart working può rappresentare una soluzione anche per i problemi connessi all’elevato costo dell’energia e in prospettiva è destinato a riscrivere la geografia urbana dei nostri territori. La sfida oggi è la messa a regime ottimale, valorizzandone le opportunità e superando i nodi critici. In questo senso il lavoro ibrido, con l’alternanza della prestazione in ufficio e da remoto durante la settimana, può rappresentare una soluzione efficiente per soddisfare sia le esigenze dei lavoratori che quelle delle aziende». Secondo il primo rapporto, sono state soprattutto le imprese del Nord Est (70%) a utilizzare lo smart working, molto più di quelle del Nord-Ovest (53%) e del Centro (57%). Pur segnando il passo il Mezzogiorno raggiunge una quota del 30%. Medie (63%) e grandi imprese (78%) registrano i valori più alti, ma anche la metà delle micro-imprese lo ha utilizzato: il 31% di quelle con fino a cinque addetti ha investito in tecnologie e software a supporto delle attività smart e il 28% di quelle con 6-9 addetti, ha modificato a degli spazi di lavoro tradizionali. Le potenziali criticità si registrano sul fronte dei rapporti umani: il lavoro agile non facilita i rapporti fra i colleghi e con i responsabili (per il 62% dei lavoratori e per il 43% delle imprese) e aumenta l’isolamento (per il 65% dei lavoratori e per il 49% delle imprese). «Questo bilancio sul biennio trascorso – ha concluso Fadda – ci induce a tenere conto anche delle polarizzazioni emerse tra pubblico e privato, delle tipologie di imprese, ma anche dei marcati squilibri territoriali con, per esempio, una quasi totale carenza nel Sud e nelle isole dello smart working quale indicatore di performance nella contrattazione aziendale relativa al premio di risultato delle imprese, che interessa solo il 3% delle imprese del Mezzogiorno rispetto a quasi il 50% delle imprese del Nord-Ovest e il 29% del Nord-Est. Eppure, il Mezzogiorno potrebbe beneficiare notevolmente della diffusione dello smart working, sia in termini di prestazioni lavorative svolte al Sud per imprese del Nord (il cosiddetto southworking) sia in termini di ripopolazione delle aree interne».



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