martedì 29 ottobre 2013
​Giovedì sciopero contro l’Abi. «In vent’anni tagli per 70mila posti». La disdetta unilaterale del contratto da parte dell’Associazione bancaria ha scatenato la rivolta.
Romani (Fiba-Cisl): «Basta con gli stipendi d'oro. Non vogliamo aumenti, ma la tutela del risparmio»
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​Fino a poco tempo fa era considerato il più pubblico tra gli impieghi privati. Perché non rappresentava soltanto il posto fisso per eccellenza, ma un vero e proprio "mito italiano" che univa la certezza di avere un’occupazione stabile e prestigiosa, la possibilità di contare su stipendi sopra la media e il vantaggio di non lavorare il sabato e la domenica. Adesso, invece, quello del dipendente di banca è diventato un mestiere a rischio. Come tanti, del resto, nell’Italia che fa fatica a uscire dalla recessione e ancora tocca con mano gli effetti devastanti della Grande Crisi sull’economia reale. Così, per diverse ragioni (dall’esplosione dell’home banking alle sofferenze bancarie arrivate a 140 miliardi di euro), anche tra gli sportelli degli istituti di credito del Belpaese sono iniziati a circolare i termini che contraddistinguono ormai quasi tutti i settori di un mercato del lavoro in profonda emergenza. Sono parole come esuberi, prepensionamenti, contratti di solidarietà e precariato.A peggiorare il quadro del settore e a far salire la preoccupazione del personale è stata la decisione dell’Abi (Associazione bancaria italiana) che un mese fa ha disdetto in anticipo il contratto nazionale di categoria in scadenza a giugno 2014. La mossa ha fatto infuriare le forze sociali del settore che, a tredici anni di distanza dall’ultima volta, hanno indetto uno sciopero generale. Dopodomani i lavoratori delle filiali di tutta Italia incroceranno le braccia.

Anche se in realtà il taglio del personale è iniziato già da qualche anno, adesso i sindacati vedono il rischio concreto di un’accelerata forte e dolorosa alla spending review occupazionale. Questo pericolo prende forma nelle stime e nei numeri messi insieme dai sindacati di categoria sulla base degli ultimi piani industriali presentati dai principali gruppi bancari. Da qui ai prossimi due anni Monte dei Paschi prevede oltre 4.500 uscite, Bnl 1.500, Ubi 900, Unicredit 800 e Intesa Sanpaolo 600. La Fiba-Cisl ha fatto un bilancio complessivo in base agli accordi stipulati finora: «Nel ventennio dal 2000 al 2020 si arriverà a quota 70mila esuberi».

Finora sarebbe improprio parlare di licenziamenti. E le uscite – che in quasi tutti i casi si sono concretizzate attraverso prepensionamenti volontari – sono state in parte compensate da nuove assunzioni e dalla stabilizzazione di personale a tempo determinato. Il credito, inoltre, ha sempre privilegiato l’accompagnamento "morbido" alla pensione tramite l’accesso al fondo di solidarietà e la sigla di accordi sindacali. Ora, però, si teme che il restringimento dei costi preveda una exit strategy dei dipendenti molto più diretta e violenta.I sindacati sono sul piede di guerra, puntano il dito contro l’Abi e lamentano una scarsa attenzione del mondo politico agli interessi e alla tutela dei lavoratori. La protesta di giovedì consisterà in un corteo organizzato a Ravenna – città del presidente Abi Giovanni Patuelli (numero uno della locale Cassa di Risparmio) – e manifestazioni a Roma, Genova, Padova e Milano. Lo sciopero nazionale e unitario delle varie sigle sarà preceduto domani, in occasione della giornata del Risparmio dell’Acri, da due presidi che si terranno in contemporanea a Roma e a Milano.  «Giudichiamo la comunicazione dell’Abi inopportuna, sbagliata, fuori dal tempo – afferma Massimo Masi, segretario generale Uilca –. Distribuiremo rose ai cittadini per far capire a tutti che le banche devono tornare a fare le banche, cioè a dare credito alle famiglie e alle piccole imprese e non a fare solo finanza». Nel mirino finiscono anche i compensi milionari di alcuni manager: «Con uno dei loro stipendi si possono assumere fino a 400 giovani – sostiene Lando Sileoni, segretario generale Fabi –. Noi chiediamo solo di mantenere l’attuale numero di lavoratori, pari a 309mila, e di passare a un modello di banca più attenta al territorio».Nei giorni scorsi i vertici dell’Abi avevano giustificato la disdetta parlando di «scelta obbligata». La sensazione però è che il braccio di ferro tra associazione bancaria e sindacati sia appena iniziato.

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