giovedì 7 dicembre 2017
La dimostrazione che il cibo è cultura. Un giro di affari pari a 62 miliardi. Agli americani il record dei consumi
(Ansa)

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È diventata patrimonio dell’umanità in Corea del Sud l’arte dei pizzaiuoli napoletani. La scelta dell’Unesco premia l’Italia in tutto il mondo, eleva una tradizione culinaria ad arte culturale, e ci evita lo 'scippo' da parte degli americani, che volevano registrare l’american pizza, tutelandoci anche di fronte alle contraffazioni. «L’arte dei pizzaiuoli ha svolto una funzione di riscatto sociale. Elemento identitario di un popolo, non solo quello napoletano, ma italiano. È un marchio di italianità nel mondo» spiega entusiasta Sergio Miccù, presidente dell’Associazione dei pizzaiuoli napoletani, che ha invaso quest’isola della Corea meridionale, un po’ terronia, come Napoli in pratica, per la grande festa a base di vera pizza napoletana che celebra il riconoscimento.

Non si sono stati colpi di scena nell’immenso parlamentino Unesco del Jcc, il Jeju convention center, sull’Isola di Jeju, l’area più antica della Corea. La maggioranza è stata compatta, addirittura all’unanimità, nel comitato d’indirizzo dell’Unesco. E questa scelta vale molto, anche economicamente, per l’Italia. Evitiamo l’effetto Meucci, quello per cui, se inventiamo qualcosa, poi ce lo scippa chi la vende: come accadde con il telefono creato da Meucci e che Bell commercializzò. «Occorreva evitare - sottolinea l’assessore alle Attività produttive della Regione Campania, l’economista Amedeo Lepore - come accaduto all’inventore del telefono, che fossero altri a commercializzare un’eccellenza napoletana». E tuteliamo un settore da 100mila addetti fissi e 50mila settimanali, con un giro d’affari di 12 miliardi all’anno nel nostro Paese. Ma che nel mondo vale circa 62 miliardi: di cui solo 27 gestiti da pizzerie italiane, ben 27mila all’estero; secondo uno studio della Cna, la confederazione degli artigiani.

Anche per questo, probabilmente, quella dell’arte della pizza è la proposta più supportata a livello popolare nella storia dell’Unesco, con ben due milioni di firme raccolte, con un grande aiuto della Coldiretti. La candidatura, ideata dall’ex ministro dell’Agricoltura Pecoraro Scanio, è arrivata al rush finale dopo ben sette anni di intenso lavoro, nonostante alcuni stop inattesi, soprattutto in patria. «Il fatto che l’Unesco dica che l’arte del pizzaiuolo è patrimonio dell’umanità - rileva Pier Luigi Petrillo, l’artefice della vittoria italiana, coordinatore del dossier per la candidatura - vuol dire che riconosce nel mestiere del pizzaiuolo l’espressione di una cultura. Nel momento in cui manipola l’acqua e la farina, realizza un prodotto culturale, non solo alimentare; esprime la cultura della comunità campana. L’Unesco in pratica vuole dire a tutto il mondo che in Italia il cibo è cultura». Ogni giorno solo nel nostro Paese si sfornano 5 milioni di pizze distribuite in 63mila pizzerie.

Oltre a essere la parola italiana più conosciuta al mondo, il 39% dei nostri concittadini ritiene che la pizza sia il simbolo culinario del Paese. Oggi sono gli americani i maggiori consumatori di pizza, con 13 chili a testa l’anno. Gli italiani guidano la classifica in Europa con 7,6 chili. Nel patrimonio immateriale dell’Unesco l’Italia è già rappresentata, fino a ora, con l’opera dei pupi, il canto a tenore, la dieta mediterranea, l’arte del violino a Cremona, le macchine a spalla per le processioni e la vite ad alberello.

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