Conti pubblici. Padoan alla Ue: «La flessibilità è un diritto»


Nicola Pini mercoledì 3 febbraio 2016
​Nuove frizioni tra il governo italiano e il commissario Juncker. Il ministro dell'Economia: basta incertezze, la Ue risponda. E l'Italia chiede lo scomputo delle spese per l'emergenza a Tripoli.
Padoan alla Ue: «La flessibilità è un diritto»
Prosegue su un registro meno aspro il confronto a distanza tra l’Italia e la Commissione Ue sul nodo della flessibilità dei conti pubblici. Il governo, con il ministro dell’Economia Padoan, tiene il punto sottolineando che, grazie alle riforme fatte, Roma si è conquistata il «diritto» a chiedere una «gestione più flessibile della politica fiscale» e sollecita risposte rapide da Bruxelles «anche per evitare una incertezza che di sicuro non aiuta la crescita».Dalla Commissione sono arrivate precisazioni che sembrano stemperare il clima molto teso delle ultime settimane. È stato lo stesso presidente Juncker ad affermare che la Commissione «svolgerà il suo ruolo senza cadere in una politica rigida e stupida di austerità». Parole che suonano come un riconoscimento del punto di vista italiano o quantomeno come una disponibilità al compromesso. La Ue «ha introdotto alcuni elementi di flessibilità riguardo al Patto di stabilità che sono sufficienti agli stati membri, anche a quelli con problemi, a proporre bilanci in linea con tutte le regole», ha chiarito il presidente dell’esecutivo comunitario. In sostanza, sembra affermare, si può trovare un accordo soddisfacente senza uscire dai confini fissati.L’Italia ha chiesto, come è noto, una flessibilità aggiuntiva per un punto di Pil nel 2016, circa 17 miliardi di euro, metà dei quali in base alla «clausola delle riforme». Sub iudice restano lo sforamento dello 0,3% per gli investimenti e lo 0,2% per le «circostanze eccezionali» legate alla questione migranti (fondi che in sede di legge di stabilità il governo ha poi dirottato su terrorismo e cultura). Sugli investimenti, con qualche garanzia, la Commissione è propensa a dare l’ok preventivo mentre la strada resta in salita per il capitolo profughi (3,3 miliardi di euro).A questo proposito ieri l’Ufficio parlamentare di Bilancio, in un focus sulla manovra 2016, ha spiegato che, stando alle indicazioni fornite finora da Bruxelles, «l’Italia non dovrebbe poter usufruire nel 2016 di margini di flessibilità». La Commissione terrà conto infatti, ai fini dello scomputo dal deficit, solo delle spese aggiuntive rispetto all’anno prima e le valuterà «ex post». Ma la previsione di spesa per i profughi nel 2016 è «in linea» con il 2015, afferma l’Upb. Manca quindi, almeno per ora, il presupposto del maggiore impegno finanziario sostenuto.Forse anche per questo ieri il governo ha calato nella partita una nuova carta. Nel dare il via libera al contributo dell’Unione alla Turchia per la gestione dei profughi (in tutto 3 miliardi, per l’Italia 225 milioni), l’esecutivo ha detto di  attendersi che la «Commissione usi un approccio coerente» anche per i «costi sostenuti dall’Italia in Libia fin dall’inizio della crisi». Così come saranno scomputati dal deficit i contributi nazionali alla Turchia, così Roma chiede altrettanto per la crisi libica, che ci ha visto in prima linea a fronteggiare gli sbarchi. Un altro modo per rivendicare quello 0,2% di deficit aggiuntivo, in forza delle spese già sostenute negli anni passati.La partita è ancora lunga ma Padoan vuole evitare che il bilancio italiano resti sulla graticola fino a maggio prolungando una fase di incertezza che nuoce alla ripresa, agli investimenti e alla fiducia sui mercati. Domani la Commissione pubblicherà le nuove stime macroeconomiche per tutti i Paesi membri. Dalle proiezioni su deficit e debito italiani si potrà capire quali margini di trattativa restano sulla flessibilità. Se il disavanzo risultasse superiore a quello stimato dal governo italiano, la posizione di Roma diventerebbe più difficile. E potrebbe concretizzarsi la richiesta Ue di una manovra correttiva o l’apertura di una procedura di infrazione, che Matteo Renzi nei giorni scorsi ha detto di non temere. Ma se regge la «tregua» di oggi, non è escluso un temporaneo compromesso in vista della battaglia sui conti del 2017, quando tutti i problemi di oggi si riprensenteranno amplificati.
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