sabato 4 ottobre 2014
L’associazione XX Maggio lancia l’allarme: l’abolizione dei contratti a progetto toglie tutele anziché aumentarle. Pochi ammortizzatori, scarsi gli aiuti per la maternità. Partite Iva dimenticate
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"Sotto l’articolo 18, niente". Parafrasando il titolo d’un film è questo il giudizio sul Jobs Act che viene dal mondo dei lavoratori parasubordinati e a Partita Iva. Almeno da quelli riuniti nell’Associazione XX Maggio, presieduta dall’ex segretario del sindacato europeo Emilio Gabaglio, che raccoglie in particolare giovani professionisti e precari. In un documento hanno dettagliato i dubbi sulle misure contenute nella delega lavoro – in particolare l’allarme per la cancellazione dei contratti a progetto – e soprattutto ciò che manca per dare vere tutele a quel vasto e composito mondo di 3,6 milioni di lavoratori parasubordinati.I contratti. La revisione delle forme contrattuali, secondo l’associazione è solo ipotizzata nel testo della delega e rimangono esplicitamente citate le collaborazioni coordinate e continuative e i voucher per le prestazioni occasionali per i quali si prevede l’innalzamento dei tetti di reddito. Per ora non si parla di eliminare né le associazioni in partecipazione, né le false Partite Iva. Dalle ultime dichiarazioni del governo, in pratica, l’unica forma contrattuale che verrebbe eliminata sarebbe quella dei contratti a progetto. Un paradosso, visto che le collaborazioni a norma del Codice civile continuerebbero a vivere e verrebbero eliminate le tutele e i diritti introdotti con il progetto. E soprattutto i lavoratori oggi a progetto finirebbero con ogni probabilità per ingrossare o le fila delle false Partita Iva (oggi 269mila secondo l’Istat) o dei disoccupati. È infatti molto difficile che un datore di lavoro triplichi i costi, visto che un contrattista a progetto guadagna 10.218 euro lordi medi annui, contro i 24.363 euro in media di un dipendente, senza considerare tutti gli oneri sociali a carico delle imprese. «E questo solo perché in futuro potrebbe assumere senza art. 18, quando anche con le altre forme di lavoro precario può licenziare quando vuole», commenta Andrea Dili, portavoce dell’associazione.Partite Iva. L’aspetto peggiore, spiega Dili, è che «non si prevede alcun intervento per le Partite Iva individuali (gli autonomi che non sono imprese e non hanno né dipendenti, né collaboratori: 3.266.000 nel 2013 di cui 269mila "false"). Le imprese potranno così continuare a trasferire costi e rischi su questi lavoratori che costano meno sia dal punto di vista retributivo che di costo del lavoro (pagano loro stessi tutta la previdenza) e non godono di tutele.Ammortizzatori. Bene l’estensione dell’Aspi (il sussidio di disoccupazione) ai collaboratori coordinati e continuativi. Anche in questo caso, però, vengono escluse le 182.256 Partite Iva iscritte esclusivamente alla gestione separata Inps. «Restano così fuori da ogni forma di sostegno al reddito i lavoratori meno tutelati e più discontinui. Per loro non si possono usare le stesse modalità di rilevazione dello stato di disoccupazione che si usano per i lavoratori dipendenti estendendo l’Aspi, ma si possono adottare forme più adatte ed efficaci».Maternità. L’auspicabile estensione dell’indennità di maternità sembra riguardare in realtà solo le lavoratrici pagate coi voucher, le autonome occasionali e le lavoratrici delle associazioni sportive dilettantistiche. Si tratta di contratti che per la loro stessa natura sono pagati poco e nei fatti beneficeranno solo della cosiddetta "maternità Stato", pari a circa 2.100 euro complessivi nei 5 mesi. Resta aperto inoltre il problema delle Partite Iva iscritte in gestione separata che, a differenza delle artigiane, commercianti o iscritte alle casse professionali, non possono continuare a fatturare durante il periodo di maternità, pena la decadenza dal diritto alla percezione. Ma molte di loro hanno bisogno di lavorare comunque nel periodo di puerperio, pena la perdita di contratti e committenti.Coniuge a carico. Dall’Associazione XX Maggio viene infine un avvertimento relativo alla sostituzione della detrazione per il coniuge a carico con un credito d’imposta per le lavoratrici: «Se il tax credit è un diverso utilizzo, nei singoli casi, dell’equivalente della detrazione per coniuge a carico per incentivare il lavoro femminile, la misura è positiva – scrive Dili –. Se tuttavia le risorse dovessero essere reperite tagliando semplicemente le detrazioni per coniuge a carico alle famiglie monoreddito, si finirebbe per impoverire famiglie già in difficoltà».
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