lunedì 6 maggio 2013
​​Per le nuove generazioni il lavoro rimane un mezzo per autorealizzarsi. Il 47% si adatta a svolgere un'attività che non è coerente con il suo percorso di studi pur di lavorare.
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In Italia abbiamo uno dei valori più elevati di under 25 non occupati (sul 2012 ) e di giovani che non studiano e non lavorando (Neet) in Europa  Anche allargando la definizione di giovani e prendendo gli under 30 (18-29 anni) – comprendendo di fatto anche i giovani-adulti – la situazione risulta particolarmente preoccupante. Mentre nel resto d’Europa la gran parte dei maggiorenni under 30 lavora, da noi a farlo è solo la minoranza: il tasso di occupazione era il 48% nel 2005 ed è attualmente meno del 40% (il 39,7% nel 2012). Anche il tasso maschile è sceso sotto il 50% e si trova attualmente (dato più recente del 2012) al 45,4%. Si accentua pertanto il paradosso di un’Italia che ha meno giovani rispetto agli altri paesi Europei, ma anche resi meno attivi e partecipativi nella società e nel mercato del lavoro, di conseguenza più passivamente dipendenti economicamente dai genitori.Per capire come questa condizione stia incidendo sulla vita dei giovani non bastano gli usuali indicatori sui livelli di disoccupazione, è cruciale avere un quadro più ampio e ricco su come essi percepiscono la situazione in cui si trovano e sulle strategie adottate per farvi fronte. Il Rapporto Giovani, l’indagine avviata dall’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con la Fondazione Cariplo e l’Università Cattolica, sta raccogliendo informazioni dettagliate sui valori, i desideri, le aspettative, sui progetti di vita e sulla loro realizzazione, seguendo in particolare i percorsi formativi e lavorativi delle nuove generazioni. L’obiettivo è quello di fornire le basi di una conoscenza solida dei cambiamenti in corso e del loro impatto sulla vita delle persone, utile anche per intervenire con strumenti adeguati per migliorarla. I dati ottenuti da un campione, rappresentativo su scala italiana, di circa 9000 giovani tra i 18 e i 29 anni, consentono di fornire una prima valutazione del rapporto problematico con il mondo del lavoro.I dati dell’indagine mostrano come finora la crisi non abbia intaccato l’atteggiamento positivo dei Millennials (coloro che hanno compiuto i 18 anni dal 2000 in poi) rispetto al lavoro, ma li abbia portati ad un approccio più consapevole e pragmatico rispetto alle scelte del presente, sia in termini di formazione che di occupazione.Sono infatti molti di più i giovani che considerano il lavoro un luogo di impegno personale e un mezzo per autorealizzarsi (circa 90% di risposte positive) piuttosto che una fonte di fatica e stress (59% di risposte positive). Rispetto alle generazioni precedenti, la carriera più che procurare prestigio sociale è intesa come miglioramento della possibilità di autorealizzazione e richiede impegno personale. Ma molto sentito è anche l’aspetto del reddito, il forte rischio percepito è quello di un lavoro che possa anche piacere ma non consenta di conquistare una propria indipendenza economica e progettare il proprio futuro.È però interessante notare come chi ha realizzato una propria idea imprenditoriale o ha comunque una propria attività autonoma, tenda maggiormente a vedere il lavoro come possibilità di successo e autorealizzazione. Chi invece ha un lavoro a tempo indeterminato più facilmente lo percepisce come luogo di fatica e stress e come mera fonte di reddito. Questo suggerisce come, in situazione di carenza di opportunità occupazionali, difficilmente non si accetti o si abbandoni un contratto a tempo indeterminato anche quando non pienamente soddisfacente con le proprie aspirazioni di realizzazione individuale.
 
Questo spirito di adattamento trova conferma anche passando dagli atteggiamenti generali alla valutazione qualitativa specifica dell’attuale impiego. Tra chi ha un lavoro solo il 17,5% si dichiara pienamente soddisfatto, mentre quasi il 24%  lo è poco o per nulla.
 
Un giovane su quattro, quindi, pur di lavorare e non rimanere a casa a rigirarsi i pollici, accetta un impiego lontano dalle proprie aspettative. La percentuale di non soddisfatti arriva a un giovane su tre al Sud, dove le opportunità sono generalmente più scarse.La ricerca evidenzia ancora che se si chiede in generale quanto si è soddisfatti della propria situazione finanziaria, prevalgono i non soddisfatti (50,8%), valore che rimane pressoché identico anche per i laureati (51%). 
“Un dato”, commenta Alessandro Rosina, tra i coordinatori dell’Indagine del Toniolo, “che ci conferma come molti giovani – contrariamente allo stereotipo che li indica come schizzinosi o bamboccioni – si adattino a una remunerazione più bassa e a un lavoro non soddisfacente come soluzione provvisoria per cercare di superare la crisi evitando così di ingrossare le fila dei disoccupati. Da qualche anno il primo maggio è per i giovani soprattutto la festa del lavoro che non c’è, non solo nel senso che non lo si trova ma anche perché quello che si trova non aiuta a conquistare una piena autonomia e a porre basi solide per il proprio futuro”.
 
Riguardo alle varie dimensioni della soddisfazione dell’attuale attività lavorativa, un giovane su due si adegua ad un salario sensibilmente più basso rispetto a quello che considera adeguato. Una quota molto alta, quasi pari al 47% si adatta a svolgere una attività che non è coerente con il suo percorso di studi. Il problema della bassa stabilità del lavoro riguarda invece un giovane su tre. Compensa il relativamente buon rapporto con superiori e colleghi.
 
La via verso l’estero
Le nuove generazioni italiane trovano più difficoltà, sia rispetto al passato sia relativamente ai coetanei degli altri Paesi, nel conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine e nel realizzare le condizioni per formare una propria famiglia. Questo evidentemente accentua ulteriormente, in prospettiva, la bassa natalità e quindi anche l’invecchiamento. Le difficoltà di stabilizzazione occupazionale e di adeguata remunerazione producono anche una grave perdita di fiducia da parte dei giovani, in primis verso la società che non offre loro spazio e non li valorizza, ma poi anche verso se stessi e le proprie capacità. Con l’esito di incentivare la strategia di uscita verso l’estero o a rivedere al ribasso le proprie aspettative, a dar di meno rispetto a quanto potrebbero lasciando in larga parte sepolti i loro talenti. A conferma di questo un altro dato che emerge dalla ricerca  riguarda è che  quasi il 42% dei giovani si dichiara pronto ad andare all’estero per migliorare le proprie opportunità di lavoro. Solo il 25% non è disposto a trasferirsi. I più propensi a muoversi oltre confine sono i giovani del Nord (si sale oltre il 44,5%) e di sesso maschile (oltre il 45% dei maschi contro il 38% delle ragazze).
 
La famiglia unica vera certezzaOltre l’85% afferma poi che la famiglia rappresenta un sostegno fondamentale. Infatti,  i desideri e le aspettative delle giovani generazioni non sembrano, almeno per il momento, segnare il passo, nonostante le difficoltà e la congiuntura economica negativa la famiglia rappresenta una fondamentale certezza. Le persistenti difficoltà del presente e l’incertezza del futuro rischiano però di frenare i progetti dei giovani (oltre il 63% dopo essere uscito per studio o lavoro è tornato a vivere con i genitori) rendendo per molti la casa dei genitori una prigione dorata: per più della metà degli intervistati la famiglia si configura come rifugio dal mondo (il 26,5% è molto d’accordo con questa definizione mentre il 40% si dichiara abbastanza d’accordo).
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