martedì 13 luglio 2010
Dichiarazioni fasulle, costi gonfiati, lavoro in nero: l'economia sommersa cresce e aumenta anche il suo peso percentuale rispetto al Pil. Circa un sesto della ricchezza sfugge alle statistiche ufficiali e, di conseguenza, anche all'erario. Nel 2008, secondo le stime dell'Istat, il valore aggiunto "sommerso" si è attestato tra un minimo di 255 e un massimo di 275 miliardi di euro, con un peso tra il 16,3% e il 17,5% del Pil.
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Dichiarazioni fasulle, costi gonfiati, lavoro in nero. L'economia sommersa cresce e aumenta anche il suo peso percentuale rispetto al Pil, fotografando un'Italia dove circa un sesto della ricchezza sfugge alle statistiche ufficiali e, di conseguenza, anche all'erario. Nel 2008, secondo le stime dell'Istat, il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico si è attestato tra un minimo di 255 e un massimo di 275 miliardi di euro, con un peso (in crescita per la prima volta in sette anni) tra il 16,3% e il 17,5% del Pil. La "forchetta", nel 2007, era invece compresa tra 246 e 266 miliardi (per un peso sul pil tra il 15,9% e il 17,2%). Tra il 2000 e il 2008 il dato aveva registrato invece una tendenziale flessione, pur mostrando andamenti alterni: la quota sul Pil aveva infatti raggiunto il picco più alto (19,7%) nel 2001, per poi decrescere fino al 2007.La parte più rilevante del fenomeno riguarda la sottodichiarazione del fatturato e il rigonfiamento dei costi impiegati nel processo di produzione del reddito. Nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto non dichiarato dovuto a queste componenti ha infatti raggiunto il 9,8% del Pil. A livello settoriale l'evasione fiscale e contributiva è più diffusa nei settori dell'agricoltura e dei servizi, ma è rilevante anche nell'industria. Se si considera la sola economia di mercato, senza considerare, cioè, il valore aggiunto prodotto dai servizi non market forniti dalle amministrazioni pubbliche, il sommerso nel 2008 rappresenta il 20,6% del Pil, contro il 17,5% calcolato per l'intera economia. Un capitolo importante è poi quello del lavoro nero: le unità di lavoro non regolari (vale a dire la somma delle posizioni lavorative a tempo pieno e delle prestazioni lavorative a tempo parziale) hanno ripreso a crescere e raggiunto - il dato è in questo caso relativo al 2009 - quota 2,966 milioni, pari al 12,2% dell'input di lavoro complessivo, contro i 2 milioni e 958 mila (11,9%) del 2008. Ed è proprio questo dato a preoccupare la Cgil che, trasformando le unità di lavoro in lavoratori in carne e ossa, quantifica in oltre 3,5 milioni il numero di persone in nero. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, tuttavia, rileva che il dato è in diminuzione nel decennio e che le azioni in corso «saranno via via rafforzate secondo le linee del prossimo Piano triennale per il lavoro». La Cisl si concentra invece sulla necessità di «riscrivere le regole del gioco fra fisco e contribuenti», mentre la Uil parla di «anomalia italiana», sollecitando azioni «per far emergere il sommerso e il lavoro nero, recuperando risorse sottratte oggi di fatto alla crescita del Paese».
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