lunedì 7 gennaio 2019
I dati sul terzo trimestre segnalano un rallentamento della propensione al risparmio e dei profitti delle aziende
Il governo ammette: tasse su. Spesa per interessi già salita di 1,7 miliardi
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Aumentano i consumi, ma diminuisce il potere d’acquisto delle famiglie. Si fa sentire l’effetto dello spread. Sulla spesa per gli interessi e la pressione fiscale l’Istat registra i primi segnali del cambio di clima politico nella gestione dei conti pubblici. Il Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, diffuso ieri dall’istituto di statistica, evidenzia come nel terzo trimestre del 2018 la spesa per interessi è cresciuta di circa 1,7 miliardi di euro (da 14,376 miliardi a 16,103 miliardi di euro) rispetto allo stesso periodo del 2017, pari ad un aumento del 12 per cento. Nello stesso periodo, la pressione fiscale è stata pari al 40,4% (in aumento dello 0,1% rispetto ad un anno fa), segnando un’inversione di tendenza. Non solo, l’ex viceministro Enrico Zanetti sostiene, consultando l’ultima tabella dell’aggiornamento del quadro macro-economico, che anche il governo Conte attesta ora l’aumento del carico fiscale nel 2019: passerà dal 41,9 al 42,3%. «Non si tratta quindi più di perfide authority indipendenti o centri studi prezzolati e prevenuti», rimarca Zanetti in riferimento alle critiche rivolte dal governo ai tecnici dell’Upb quando, in audizione, avevano sostenuto che c’era un aumento.

In flessione il rapporto deficit/Pil: l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è stato pari a -1,7% (-1,8% nello stesso trimestre del 2017). Il saldo primario delle Amministrazioni pubbliche (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,0%, a fronte dell’1,6% nel terzo trimestre del 2017. Il saldo corrente è stato anch’esso positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,1% (1,6% nel terzo trimestre del 2017). Complessivamente, nei primi tre trimestri del 2018 le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari a -1,9% del Pil, in miglioramento rispetto al -2,6% del corrispondente periodo del 2017.

La frenata della ripresa economica nella seconda parte dell’anno ha alleggerito le tasche dei consumatori italiani. Tra luglio e settembre dello scorso anno, infatti, l’aumento del reddito delle famiglie è stato "modesto", di appena lo 0,1%. Livello che non è bastato a compensare l’effetto dell’inflazione. Infatti, considerando la variazione dello 0,3% del deflatore implicito dei consumi che tiene conto dei prezzi, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici ha sofferto una flessione dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

Tuttavia l’Istat rileva pure che il portafogli leggermente meno pesante non ha impedito alle famiglie di comprare di più. I consumatori hanno preferito erodere i risparmi piuttosto che svuotare le buste della spesa. La propensione al risparmio delle famiglie è stata pari all’8,3%, meno 0,2% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,3%. Un timido segnale che però non basta per l’Unione consumatori: «Fino a che il potere d’acquisto peggiora e i redditi restano al palo, è chiaro che i consumi non potranno ripartire e si resterà agli zero

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