domenica 5 aprile 2015
​Per il presidente di Banca Etica "bisogna costruire un sistema non più basato solo sulla crescita quantitativa. Il Pil è utile ma va depotenziato, altrimenti si arriva all'obbrobrio di calcolare come ricchezze droga e prostituzione".
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«Il Pil non va demonizzato, ma depotenziato, perché abbiamo costruito un sistema economico tutto imperniato sulla crescita del Pil, per cui quando non cresce diminuiscono le entrate dello Stato, aumenta il debito pubblico, insomma si entra in una spirale da cui non si esce»: è il pensiero di Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica. Un istituto di credito che sul sostegno alla cosiddetta altra economia, cioè l’economia sociale e solidale, ha fondato tutta la sua storia. Tra l’altro, numeri alla mano, una storia di successo, anche negli anni della crisi. Che pare dimostrare come l’attenzione anche a fattori e indicatori altri rispetto a quelli economico- finanziari, non sia da ascrivere solo a motivazione etiche o, appunto, solidali. Ma abbia profonde ragioni strettamente economiche. Dunque non serve 'rottamare' ma semmai riformare il Pil? Resta un indicatore assolutamente utile. Ma gli si dà un’enfasi eccessiva, perché il benessere di uno Stato, delle persone, non è legato solo al reddito ma a mille altre dimensioni. Come quelle che individua un indicatore come il Bes (Benessere equo e sostenibile, l’indicatore di benessere sviluppato da Istat e Cnel, ndr). Inoltre, il Pil non basta più neanche a valutare meramente gli aspetti economici. Quindi è inadeguato anche come indicatore economico? È sufficiente andare a vedere i volumi delle transazioni  che avvengono sui mercati finanziari, che valgono molte volte il Pil del mondo. È quanto meno curioso, allora, che si continui a utilizzare il Pil come indicatore fondamentale. E non si consideri invece, ad esempio, il rapporto a livello mondiale tra Pil e prodotti finanziari derivati, tra Pil e 'sistema finanziario ombra', tra Pil e scambi valutari. Questo è un errore grave, perché anche al di là del fatto che sia giusto o meno puntare tutto sulla crescita del Pil, dovremmo guardare dove vanno a finire risorse e ricchezze: se si dirigono sempre più verso i mercati finanziari, e si oltrepassa in questo senso il livello di guardia come io credo sia avvenuto da un pezzo, abbiamo un problema. Sul fronte economico, prima ancora che su quello del benessere. Nel calcolo del Pil, tra l’altro, sono appena entrati droga, prostituzione e contrabbando… È orrendo. Ma chiaramente, nonostante si tratti di attività in nero, sono più facilmente misurabili, perché dietro a quei mercati sta la sete di denaro. Il messaggio che passa, inaccettabile, è che basta che l’economia giri, anche se è illegale. Sfido chiunque ad affermare che uno Stato in cui il Pil è alto perché ci sono attività criminali fiorenti sia una buona cosa dal punto di vista della sana e prudente gestione economica. Il Pil sembra invece non rendere giustizia al valore economico, oltre che sociale, prodotto dall’economia sociale… Certamente in questo senso si può fare di più. Perché ci sono dimensioni che, pur non quantificabili, sono fondamentali. Riprendendo l’idea dell’economia civile: un mercato prospera nella misura in cui c’è qualità della vita, fiducia fra le persone e nell’ambiente in cui vivono. Penso ad esempio alle misure promosse anni fa dalle Nazioni Unite nel Millennium Ecosystem Assessment, il tentativo di valutare il valore degli ecosistemi: sebbene operasse delle semplificazioni che non sono il massimo, traducendo il valore degli ecosistemi in dollari, aiutava a capire quanto essi siano importanti per l’economia. Analogamente, se si riuscisse a tenere conto nel Pil non solo del volontariato, ma anche delle ore che si dedicano alla cura delle persone e delle comunità, ad esempio quelle che mamme e papà trascorrono coi figli, credo aiuterebbe a capire quanto una società è vitale o, al contrario, fragile nei suoi rapporti comunitari di solidarietà. Aver inserito nel Pil attività illegali, senza aver contemporaneamente inserito qualcosa in relazione a queste altre attività, fa davvero cadere le braccia. Guardando agli indicatori macro con una lente micro, si potrebbe prendere spunto ad esempio dall’istruttoria socio-ambientale, che Banca Etica integra nella valutazione di merito creditizio delle realtà che finanzia, per aiutare a definire indicatori 'oltre il Pil'? In effetti l’istruttoria è un po’ il nostro Bes. Prova a misurare aspetti intangibili, come la solidità in termini relazionali, di comunità e di mission delle realtà da finanziare. Scoprendo poi che c’è una correlazione col fatto che Banca Etica ha nettamente meno sofferenze rispetto ad altre banche. Significa che se usi anche indicatori non economici, disponi di informazioni che hanno effetti anche sulla performance economica. Lo stesso discorso vale per l’analisi Esg (sociale, ambientale e di governance, ndr) che fa per i suoi fondi etici Etica sgr (la società di gestione del risparmio del gruppo Banca Etica, ndr). Come si depotenzia, allora, il Pil? Occorre lavorare alla costruzione di un sistema economico che sa stare in piedi comunque, al di là della crescita o meno del Pil. Un sistema in cui il bilancio dello Stato non va in crisi perché il Pil magari cresce mezzo punto in meno di quanto si prevedeva. Mentre oggi è così.
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