giovedì 16 novembre 2017
Allo studio gli indici legati alla mobilità sociale e alla criminalità economica. Padoan: l'Italia è un paese che invecchia, migliorare la demografia
Il Bes entra nel vivo, allo studio due nuovi indicatori

Il cammino del Bes nella finanza pubblica entra nel vivo. E Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, ne approfitta per lanciare un messaggio a Bruxelles: «Indipendentemente dai risultati che otterremo, il fatto di accendere il faro su questi aspetti del benessere dei cittadini è indirettamente, ma forse anche direttamente, un modo per rimettere in discussione la scelta delle priorità». Sottinteso: rispetto a chi parla solo di parametri contabili (come nella polemica con l’Ue riapertasi proprio nelle ultime ore). Nel polo multimediale della Ragioneria dello Stato il ministero ha convocato ieri una conferenza stampa per annunciare la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale che adotta 12 indicatori, quelli già resi noti due mesi fa.

Un atto con cui ha chiuso i battenti l’apposito Comitato per gli indicatori, che ha lavorato per un anno circa, presieduto da Federico Giammusso, consigliere delegato dal ministro. Ora la 'macchina' ministeriale è già proiettata ai due prossimi appuntamenti, relativi ai due documenti che il Tesoro deve presentare: innanzitutto, entro il 15 febbraio 2018, la prima relazione alle Camere (su cui le competenti commissioni parlamentari dovranno dare un parere) per fare il punto sull’evoluzione dei 4 indicatori fissati in via sperimentale nella primavera 2017, ovvero il reddito medio disponibile pro capite, l’indice di diseguaglianza, la mancata partecipazione al lavoro e le emissioni di Co2; e l’allegato al Def (Documento di economia e finanza) di aprile 2018 che dovrà riportare, sulla base dei dati forniti dal-l’Istat, andamento nell’ultimo triennio e previsioni per i successivi 3 anni dei 12 indicatori totali (i 4 iniziali più gli altri 8 scelti, fra i quali la povertà assoluta e l’eccesso di peso), tenendo conto dell’impatto delle politiche pubbliche decise. Padoan, e con lui il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, sono tornati così a rivendicare che l’Italia «è il primo Paese dell’Unione Europea e del G7 a inserire obiettivi di benessere nella programmazione economica», mentre in altri Paesi «dove se ne parla da anni l’idea è rimasta sulla carta».

È stata, però, anche un’occasione per allargare il discorso sulle priorità. Padoan, in particolare, a domanda fattagli sul tweet sul maggior aumento dal 2014 del Pil pro capite (rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia) rivendicato il giorno prima, ha risposto che «è un fatto demografico, siamo un Paese che invecchia più dei nostri vicini»; e che quindi è necessario, per l’Italia, «migliorare la demografia, l’inclusione sociale, le strutture a sostegno della famiglia e la partecipazione dei giovani al mondo del lavoro». Il lavoro dovrà proseguire, comunque. Alleva ha già indicato altri 2 indici che potrebbero entrare nel lotto: la «mobilità sociale» e la «pervasività della criminalità economica». Resta la soddisfazione per quanto si sta facendo, per l’importanza dell’«idea – ha ricordato il ministro –, maturata negli anni della crisi, di introdurre nella cassetta degli attrezzi delle politiche economiche strumenti multidimensionali per orientarle in una dimensione più vasta, un segnale per la politica, così che faccia le proprie scelte in modo più ponderato».

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