giovedì 6 dicembre 2018
L’Italia è il 2° beneficiario Ue delle politiche di coesione, con ciclo potrebbe ricevere 38 miliardi La spesa media a ottobre 2018 è al 12,5% (al 18,8% in Europa) e il livello degli impegni
(Omnimilano)

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Vista sotto il profilo della coesione territoriale, l’Italexit ci costerebbe poco meno di quaranta miliardi. Tanti sono i fondi strutturali che l’Unione europea mette a bilancio con quell’obiettivo e ai quali va aggiunta, naturalmente, la politica agricola. Anche restare nell’Ue, però, non è un affare se non impariamo a spendere quei soldi: è la prima considerazione che suggerisce la lettura l’ottavo rapporto Ifel-Anci, che sarà presentato oggi a Roma e che fa il punto sullo stato di attuazione delle politiche di coesione e sul ruolo dei comuni nella programmazione 2014-2020.

I fondi strutturali destinati a finanziare i programmi di coesione sono una delle voci più importanti del bilancio europeo e servono a dare concretezza a concetti come l’unità europea e l’integrazione: sulla base di una serie di indicatori statistici, puntano a riallineare le condizioni economiche dei territori dell’Unione, realizzando infrastrutture o investendo sulla formazione. L’Italia è il secondo beneficiario, con un budget di circa 76 miliardi di euro (ma il 52% è cofinanziato dal nostro Paese) e il prossimo ciclo di programmazione dei fondi europei 2021-2027 potrebbe portare a un incremento, passando dai 36,2 miliardi di euro del 2014-2020 a 38,6 per il 2021-2027. Paesi già 'coesi' come la Germania e la Francia drenano pochissimi fondi strutturali (ma incassano parecchia Pac), come le regioni del Nord Italia, mentre al Sud questi fondi rappresentano il 48% della spesa pubblica. In caso di 'Italexit', le risorse aggiuntive della Pubblica Amministrazione (fondi strutturali + cofinanziamento + FSC) al Sud scenderebbero da 52 a 39 miliardi e si dimezzerebbe la spesa in conto capitale media annua, oggi pari a 19 miliardi di euro.

Calerebbe a 9 miliardi. È vero che, purtroppo, non sempre queste risorse lasciano il segno: se i fondi strutturali utilizzati per costruire la metropolitana di Napoli si possono toccare con mano, sovente l’effetto di questi investimenti è impercettibile ai più, tant'è che a distanza di trent'anni non si può fare un bilancio positivo delle politiche di coesione nel Centro-Sud Italia. Colpa della frammentazione dei programmi operativi finanziati da Fse e Fesr, ma anche dall'incapacità del nostro Paese di progettare e rendicontare gli interventi. Per godere delle provvidenze europee bisogna documentare le spese sostenute, ma se si ritarda l’iter, qualcosa va storto o qualcuno cerca di fare il furbo, Bruxelles nega il bollino e l’investimento ricade interamente sullo Stato, con un doppio danno per l’Erario.

Ecco perché il governo Renzi menò vanto di aver speso tutti i fondi disponibili, facendo certificare tutto il certificabile ed evitando di ricorrere al fondo di rotazione che ad ogni ciclo salda con i soldi dello Stato le fatture che non si è riusciti a scaricare sull’Unione europea. A questo proposito, il rapporto Ifel-Anci informa che la performance media della spesa Ue ad ottobre 2018 è del 18,8%, mentre il livello di impegni sulle risorse programmate è del 61,4%, laddove in Italia la spesa è al 12,5% mentre il livello degli impegni si attesta al 54,2%. «Confrontando l’avanzamento finanziario della programmazione 07-13 con quello del 14-20, a distanza di 4 anni dal momento di avvio di entrambi i periodi – spiegano alla fondazione Ifel – si rileva nell'attuale ciclo un’incidenza ridotta della spesa rispetto alle dotazioni dei Programmi (il 9% contro l’11% del 07-13); al contrario il 14-20 sembra avere meno problemi del passato sul fronte degli impegni (30,1 su circa 52 miliardi, ossia il 58% delle dotazioni contro il 39% del periodo 07-13). Una prima valutazione è che il sistema amministrativo italiano non sembra riuscire a fare tesoro delle esperienze passate». Risulta in calo anche il numero delle amministrazioni comunali beneficiarie.

Guardando ai POR FESR, sempre a 4 anni di distanza dall'avvio delle programmazioni, i comuni italiani beneficiari passano dal 16% (1.293 enti) al 12% (941) del totale delle amministrazioni comunali del Paese e le risorse si dimezzano (da 2,5 miliardi di euro a 1,1 miliardi di euro); inoltre, si assiste ad una ulteriore polverizzazione degli interventi (da 1,9 progetti in media per comune nel 20072013 a 1,4 nel 2014-2020).

Secondo gli esperti questo ritardo non è colpa di Bruxelles, prova ne sia che l’utilizzo dei fondi nazionali del FSC, che segue le stesse regole comunitarie, va anche peggio. «Confrontando il livello di impegni sulla dotazione dei Fondi strutturali (FESR+FSE) contro quello del FSC si ottengono percentuali pari al 58% e al 20% dei rispettivi budget. Da notare che i dati di spesa del FSC non sono ancora disponibili mentre quelle di derivazione UE sono pienamente consultabili e confrontabili, a segnalare una maggiore trasparenza della politica di coesione europea rispetto a quella nazionale» spiega il rapporto. La sostanziale differenza tra FSC e fondi europei è che le somme non utilizzate del primo non vengono disimpegnate e redistribuite, ossia non si rischia di perderle.

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