sabato 10 agosto 2019
L'ex ministro del Tesoro: «Senza governo e senza governo d'Europa noi più vulnerabili nell'epoca del grande disordine»
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«Come è stato detto, tutto è in experimentum».

Professor Tremonti, si riferisce naturalmente alla situazione politica italiana?
In experimentum è oggi la natura stessa della democrazia nei Paesi occidentali. In Europa, negli Stati Uniti. E oltre, direi.

Per il primo ministro del Tesoro italiano – ora presiede l'Aspen Institute, dove si occupa di politica internazionale – ciò che sta accadendo in queste ore nel nostro Paese è quanto meno coerente con il terremoto geopolitico e istituzionale che dopo la Grande Crisi scoppiata nel 2008 ha sconvolto il globo. Un "grande disordine mondiale" intravisto da chi sapeva veder lontano: Marx, Goethe e Leopardi sono i tre protagonisti di "Le Tre Profezie. Appunti per il futuro" (Solferino, 2019), libro che Giulio Tremonti sta presentando in questa estate di forti accelerazioni, sul piano interno ed internazonale, nelle piazze d'Italia. La profezia di Marx sulla deriva del capitalismo globale, la previsione del Faust sul potere del denaro –- fino alla sua ultima sublimazione virtuale nelle criptovalute - e poi l'intuizione di Leopardi sulla crisi del cosmopolitismo.

L'Italia non è un'anomalia, allora.
Non solo in Italia, ma in tutta Europa stanno cedendo e senza che ci sia manutenzione i tre pilastri della democrazia. Anzitutto l'origine domestica e la dimensione limitata dei problemi che la politica dovrebbe governare. In secondo luogo la presenza di ideologie organizzate in partiti politici permanenti che funzionavano producendo palinsesti forti e strutturati.

C'è chi ha trovato però una collocazione per la democrazia direttamente nella Rete.
La Rete è in mano ai privati, non è uno spazio pubblico. È asimmetrica, instabile: non è la nuova agorà.

Il terzo pilastro che cede?
Per finire è venuta meno la possibilità della spesa pubblica in deficit che ha caratterizzato mezzo secolo della nostra storia politica ed economica e consentiva di generare consenso e temperare il dissenso. Ora per la dinamica del debito non è più sostenibile: l'Europa rappresenta circa il 6% della popolazione mondiale, il 20% del Pil e il 40% del welfare finanziato in deficit. Questi tre pilastri stanno contemporaneamente cedendo senza manutenzione.
Vista da questa prospettiva filosofica la crisi politica italiana di queste ore sembra quasi perdere pathos...
Nessun governo nazionale riesce oggi a governare le migrazioni intercontinentali, a reggere l'urto della finanza internazionale e della rivoluzione digitale.

Nel bel mezzo di una crisi di governo i nostri conti sono più vulnerabili: rischiamo un attacco speculativo?
In questo momento i numeri degli Usa sono forse in parte critici, ma gli Usa hanno un governo. In Cina pure. I numeri dell'Europa sono più critici, ma in questo caso non c'è un governo. In Italia, ora, doppiamente. E ciò trasmette a chi ha sperimentato la crisi l'idea di impotenza della politica, di inconsistenza dell'azione di governo, alimentando un'insoddisfazione che si riverbera nell'astensionismo oppositivo, non più una delega in bianco, quando si è chiamati alle urne. Mettiamo che vada a votare il 70% dei cittadini e che il primo partito prenda il 40%: non basta. Pur disponendo di un amplissimo margine per governare, sull'autobus 7 passeggeri su 10 ti sono contro. E non hai un beneficio neppure per effetto di leggi elettorali premiali. Se sei minoranza nel
Paese e diventi maggioranza in Parlamento, nel tempo drammatico che viviamo, non bastano le finzioni: resti minoranza e il tuo livello di consenso è illusione. Puoi anche trasformare con dispositivi legislativi la minoranza di un Paese in maggioranza, ma duri due minuti.

O un anno...
Le regole democratiche non correggono più le maggioranze-minoranze. In Germania e in altro Paesi del Nord sono state tentate formule ibride che tuttavia funzionano in calando. Da noi non hanno funzionato. In Spagna nemmeno.

I singoli Stati sono sempre più impotenti, i governi nazionali instabili eppure il processo di de-globalizzazione in atto sembra favorire una nuova forma di mercantilismo che è proiezione nuovamente di sovranità nazionali.

Il problema è anche nelle classi dirigenti, che hanno l'Ipad in mano, ma non vedono il futuro e tanto mano capiscono il presente.

La Cina pare avere le idee piuttosto chiare nel rincorrere un primato mondiale che Trump con la guerra dei dazi tenta di sgambettare.
All'inizio degli anni Duemila io, contrario a togliere di colpo i dazi, fui chiamato a Pechino per una lezione sulla globalizzazione alla Scuola centrale del Partito Comunista. Il giorno dopo mi invitò privatamente il presidente della Scuola. Non lo sapevo: era il vicepresidente della Repubblica, Xi Jinping. Allora la proiezione della Cina sullo scenario globale era assolutamente convenzionale. Ma percepii un segnale: quando chiesi di comprare i titoli di Stato italiani, la risposta fu: "Vorremmo diventare un po' ricchi, prima di diventare troppo vecchi". Il messaggio era sulla demografia. La demografia è un destino e può diventare un destino drammatico.

Dietro la filosofia confuciana?
Forse il problema della attuale aggressività della Cina è demografico: 700 milioni di contadini che invecchiano in modo uniforme in ambiente rurale. Prova a portare un trattore a ottant'anni. La demografia è il metro con cui si misurano i fatti epocali. Forse è per questo che negli ultimi anni la Cina è uscita dallo schema convenzionale: la nuova Via della Seta non è una strategia commerciale è sostanza politica. Il dominio sui Big Data è visto come compensazione per la perdita di popolazione.

Per questo è riduttivo ridurre lo scontro con gli Stati Uniti di Trump a protezionismo?
Chi parla di protezionismo americano scambia le reazioni con le azioni. Vede gli effetti ma non le cause. E data la nuova Guerra redda, "Cold War 2.0", stiamo passando dal "global order" al "global disorder". Dal "Washington consensus" al "Pechino dissensus". La storia che doveva essere finita è tornata, la geografia che doveva essere piana è frastagliata come lo è sempre stata. L'utopia del mercato fabbrica della pace al posto della polita, dello Stato, dei vecchi valori, è finita. E ciò crea squilibri sociali, e aumento delle disuguaglianze, come scrissi nel 1995 ne "Il fantasma della povertà", con la classe media occidentale che ne esce stritolata. Molte forme di populismo furioso nascono da qui. E non è che i popoli poveri ci stiano guadagnando, perché tutti erdiamo con l'inquinamento.

Non diciamo l'Italia, per quanto sopra, ma almeno l'Europa come può reggere in mezzo a queste due superpotenze che provano a disegnare il nuovo spazio geopolitico globale quando, per di più, gli Stati Uniti hanno abbandonato il multilateralismo del consensus" adeguandosi al bilateralismo del dissensus?
Se la dialettica è Usa-Cina, l'Europa non può avere una dimensione solo continentale. Per questo con la Brexit abbiamo da perderci noi quanto loro. E non basta un'espansione nei Balcani o verso la Russia. Contano i mari, certo, l'Atlantico più del Mediterraneo. Nietzsche, autore terribile, diceva: "L'Europa senza l'Inghilterra non esiste". L'Anglosfera serve più alla UE che agli Stati Uniti, loro se la fabbricano da soli. E noi rischiamo di essere comprati.

Noi Italia?

Noi Europa. O tutti e due.

La profezia di Leopardi: "Converrà riprendere il discorso sulle nazioni e sull'Europa. La patria moderna dovrà essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione di interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l'Europa".

Ci vuole comunque enorme forza politica per sostenere una visione di questo tipo.

Ci vuole un'idea unificante. Nel 1952 l'Italia ha aderito alla Ceca senza avere carbone e acciaio. Nel '57, subito dopo, l'Europa ha unificato l'Agricoltura. Oggi se vai al bar e dici che serve l'Unione bancaria la gente ti ride dietro. Se dici Difesa comune, invece, forse capiscono. Oggi il 90% delle regole che produce a UE non c'entra niente con la vita democratica.

Ci penserà Facebook, con Libra, a dare loro un'idea unificante?
Se ci fosse l'Europa, per battere Libra, basterebbe metterci l'Iva. Libra non può essere una moneta, altrimenti gli Stati inuncerebbero ad essere Stati. Libra potrebbe essere considerata un travel cheque, una lettera di cambio, come nel 1200. Un bene, quindi: metti l'Iva quando lo "stampi", ripaghi l'Iva quando lo usi. Ciò non risolve però il problema di fondo di una tecnologia
digitale dirompente come una criptovaluta che diventa strumento di pagamento globale.
Quale?
Spingi il denaro verso la spesa, verso i consumi, e disincentivi il risparmio. E facendo saltare le banche, disintermediando il denaro,
distruggi il risparmio. Ma io resto dell'idea che il risparmio è un valore costituzionale. Per Zuckerberg lo è?

È la terza profezia, sul potere che può essere sprigionato dalle cambiali mefistofeliche del Faust di Goethe, quello di andare per astrazione oltre la realtà materiale, sostituendola con realtà inventate: non più "cogito ergo sum", ma "digito ergo sum".



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