venerdì 8 agosto 2014
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Gira e rigira, sempre dalle loro parti si finisce. Sono tre anni ormai che in Italia si discute di tagliare quella che viene definita la «giungla» delle agevolazioni fiscali. Come nelle più consolidate prassi nazionali, se ne parla, se ne discute, ma mai si decide. Riuscirà Matteo Renzi a "cambiare verso" anche in questo campo? Staremo a vedere. Quel che è certo è che le decisioni sono rinviate perché, come sempre quando si tratta di soldi, avrebbero un "alto prezzo" in termini di consenso politico. Metter mano a quelle che tecnicamente si chiamano "tax expenditures" è esercizio pericoloso e delicato. In primo luogo perché, a questo punto, si darebbe ai contribuenti la sensazione che con una mano si è dato (vedi gli 80 euro al mese a chi guadagna fino a 26mila euro lordi annui) e con l’altra si riprende. Ma anche perché, da un lato o dall’altro, ne beneficiamo un po’ tutti, noi contribuenti. Si tratta infatti di un esercito di ben 720 voci, che d’incanto alleggeriscono il conto di 730 e Unico di 254 miliardi di euro, stando all’ultimo "Rapporto sulla finanza pubblica" della Corte dei Conti. Miliardi che si traducono ovviamente in un minor incasso per lo Stato. È una tale miriade di sconti e sgravi cumulatisi nel corso dei decenni che, per far chiarezza, fu necessario un censimento, affidato a un gruppo di lavoro coordinato dall’ex sottosegretario al Tesoro, Vieri Ceriani. Era il novembre 2011 (governo Monti) e il tema era già "caldo" da qualche mese, da quando il precedente ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva minacciato una loro prima sfoltitura, all’interno di una "clausola di salvaguardia" sui conti pubblici.A quel "rapporto Ceriani" siamo rimasti, però. Tutti i tentativi di riorganizzazione avviati finora si sono risolti con un nulla di fatto. Perfino il Fondo monetario internazionale, lo scorso gennaio, accese un faro sulle detrazioni di casa nostra, definendole «chiaramente elevate». Nell’ultima Legge di stabilità, poi, ci fu un tentativo (abortito) d’intervenire sugli sgravi più diffusi e conosciuti, quelli per le spese sanitarie, riducendo il beneficio dal 19 al 18%. Alla resa dei conti, l’unico modesto intervento attuato finora (governo Letta) riguarda le polizze assicurative sulla vita: qui è rimasto il 19%, ma la somma che si può detrarre è stata dimezzata da 1.291 a 620 euro.Il nodo politico è acuito dal fatto che l’80% circa di questi sconti è assolutamente blindato: si tratta appunto di spese mediche o legate agli immobili, bonus sui familiari a carico e di natura previdenziale. Per dare un’idea (in base alla relazione Ceriani), ogni anno lo Stato dice addio a quasi 10 miliardi di euro fra deduzione riconosciuta sull’abitazione principale (3,27 miliardi), detrazioni per ristrutturazioni (1,96 miliardi), per gli interessi sui mutui prima casa (1,33 miliardi) e bonus sul risparmio energetico. Non resta che agire sulla galassia delle agevolazioni alle imprese e su quel che resta per i contribuenti, che comprende di tutto: si va dalle spese per l’asilo o l’università ai costi per i funerali, fino alle rette per disabili in istituti di cura, alle spese per affitti pagati da studenti universitari fuori sede o alle donazioni per enti di ricerca pubblici o fondazioni. Ma non mancano le detrazioni più "bizzarre": ci sono quelle per le spese veterinarie, per le attività sportive dei ragazzi (palestre, piscine, ecc.), per le intermediazioni immobiliari. L’altra alternativa sarebbe quella di dar vita a una rivisitazione agganciata alle classi di reddito. Non più, quindi, sconti uguali per tutti, ricchi e poveri. Comunque, qualcosa andrà fatto. Se non altro perché il "riordino" della materia è stato inserito all’art. 4 della delega fiscale, votata e approvata dal Parlamento. Si attendono nuovi sviluppi.
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