sabato 17 ottobre 2020
Joaco e un suo collega: hanno fatto del cioccolato un'impresa etica

Joaco e un suo collega: hanno fatto del cioccolato un'impresa etica

COMMENTA E CONDIVIDI

L’evento di novembre si avvicina. É quasi un anno che scrivo di Economy of Francesco su queste pagine. Questa rubrica è lo spazio che Avvenire ha voluto donare all’Economy of Francesco, scegliendo da subito di mettere al centro di questo racconto i giovani, i loro volti, le loro storie ed esperienze. Una scelta coraggiosa e importante, che ha intuito da subito il cuore di questo incontro internazionale che intanto è maturato in un movimento di persone e idee, attivo in tutto il mondo. I miei racconti sono cominciati con Andrea, il giovane economista dal cuore di medico e questo mio ultimo pezzo - la rubrica continuerà con altri autori, per meglio avvicinarci all’incontro del 19-21 novembre prossimi - racconta la storia di un altro dei più giovani partecipanti di Economy of Francesco. A loro e a tutti i giovani economisti e imprenditori, artigiani coraggiosi e appassionati di un mondo migliore, il mio grazie.

Joaquín Orellana Busandri – Joaco per gli amici – lo incontriamo durante uno dei meeting che i giovani di EoF stanno realizzando per ultimare le fasi di scrittura dei progetti da presentare a novembre. Giovani professori, imprenditori, consulenti. Joaco, ventuno anni, studente di legge di Rosario (Argentina), prende la parola e ci racconta la sua "impresa del cioccolato". Una storia semplice, dice lui, ma in silenzio l’abbiamo ascoltata come un messaggio profondo: una lezione di economia, capace di donarci bellissime parole sulla vita. «A ventuno anni, Joaco intuisce meglio di tanti adulti che dentro il mutuo vantaggio dello scambio economico c’è spazio per rapporti umani autentici, per creare comunità tramite cooperazioni dentro e fuori l’azienda» dice Paolo Santori, ricercatore e coordinatore del villaggio tematico in cui Joaco ha lavorato in questi mesi. Joaco parla di economia come di un bene comune. Ci dice che si può essere "fratelli tutti" anche nel mercato. I giovani dell’impresa del cioccolato non contribuiscono inconsapevolmente al bene della comunuità in cui vivono, producendo una esternalità positiva, Si accorgono che il profitto è parte della loro attività ma non è tutto, e scelgono intenzionalmente il fine della loro impresa: far felici gli altri e se stessi vendendo del cioccolato.

«La mia esperienza è iniziata quando un amico mi invitò a prender parte alla sua attività appena avviata – racconta Joaco –. Dopo averci pensato per alcuni giorni, accettai il suo invito. Il tempo a mia disposizione non era molto, perché il resto dei miei impegni mi teneva occupato durante la settimana; ma ho trovato una buona occasione accompagnarlo in questo nuovo progetto. All’inizio mi sono concentrato, soprattutto, sulla redditività e sul profitto di questa impresa. Il mio sforzo più grande è stato quello di ridurre i costi e rendere il nostro lavoro il più efficiente possibile, perchè fosse un "buon affare". Con il passare dei giorni ho cominciato ad intuire che questa nuova esperienza non doveva necessariamente essere focalizzata sul profitto. C’era qualcos’altro. Ho capito con lui che c’erano molte cose più importanti: questa piccola esperienza poteva trasformare e migliorare il nostro ambiente, a partire dalla comunità in cui viviamo. La solitudine e la tristezza sono sempre più presenti oggi, specialmente in questo periodo di emergenza da Covid e di distanziamento sociale. Dal momento che la nostra attività è la produzione e la vendita di cioccolatini, abbiamo capito che il nostro prodotto avrebbe potuto portare alle persone un po’ di felicità, perché in fondo cioccolato e felicità sono molto vicini tra loro! Abbiamo compreso che ogni momento della nostra attività, produzione del cioccolato, consegna, definizione del prezzo, insomma ogni momento del nostro lavoro quotidiano, doveva essere vissuto con amore, in modo che il "destinatario" potesse godere di un "prodotto ricco", di qualità, e sentirsi più felice nel mangiare qualcosa di gustoso. È un’esperienza piccola e semplice – continua Joaco – , ma mi ha aiutato a capire meglio qual è il tipo di economia a cui aspiro. Un’economia che abbia questo approccio, in cui il profitto non sia l’unico fondamento e obiettivo, un’economia dove conta come viene realizzato un prodotto, dove viene realizzato e da chi (l’ambiente, le persone) e conta che il cliente non rimanga soltanto soddisfatto, ma sia felice. L’economia può essere davvero un motore trasformativo della vita sociale, il luogo dove sperimentare una cultura della comunione, dell’amore concreto e della felicità».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI