giovedì 26 luglio 2012
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Del notaio, Giuseppe Camadini aveva le doti e le caratteristiche anche fisiche di chi esercita questa professione. La riservatezza innanzitutto, che ne hanno fatto per molto tempo un personaggio quasi invisibile, nonostante le molte cariche ricoperte. La competenza poi nel trattare le questioni personali, finanziarie ed economiche dei suoi clienti, nel pieno rispetto della legalità. E lo avrebbe fatto, senza interruzioni, nel suo studio di Codegolo in val Camonica fino al compimento dei 75 anni (età della pensione per i notai). «Sono camuno», diceva con una certa civetteria a quanti si rivolgevano a lui e non solo per la stesura di atti o di certificazioni ufficiali. Il suo essere "camuno" era un riferimento orgoglioso al suo territorio senza chiusure, nutrito anche di una certa ironia. Nel complimentarsi con il sottoscritto per la sua assunzione ad Avvenire gli diceva «Non condivido sempre ciò che scrive. Ma sono contento che sia della famiglia del giornale». Ma soprattutto, anche quando era divenuto un personaggio di rilievo nella vita sociale bresciana e anche italiana, il suo orgoglio maggiore era quello di rifarsi ad una storia e ad una tradizione, quella del movimento cattolico bresciano, che, tra la fine dell’800 e i primi cinquant’anni del secolo scorso, ha operato proficuamente – a cominciare dall’azione del beato Giuseppe Tovini (fondatore della banca di Valcamonica, ma anche dell’Ambrosiano) – con giornali, scuole, case editrici, casse rurali, opere varie, ha accompagnato l’inserimento dei cattolici bresciani nella società italiana e che è proseguita poi nel campo più politico e religioso con le famiglie Bazoli, Montini (compreso il futuro Paolo VI).Camadini è appartenuto a una generazione successiva – quella degli anni 50-60 – ma il suo impegno nell’associazionismo cattolico (presidente della Fuci e dell’Azione cattolica bresciana) ben si collocava all’interno di tradizione di presenza civile e di partecipazione alla vita della propria comunità che veniva da lontano. Come Tovini, Camadini, già da giovane professionista, è uomo legato al mondo finanziario. Lo provano i suoi incarichi in diversi istituti bancari, la presidenza per più anni della compagnia Cattolica Assicurazioni di Verona. Ma sarebbe riduttivo fare di Camadini "un signore della finanza bianca" (che taluni hanno posto in competizione ideale con l’altro banchiere bresciano, Giovanni Bazoli). La sua esperienza – e anche qui si avverte la lezione di Tovini – guarda anche alle iniziative di carattere formativo ed educativo che dovrebbero spingere i cattolici operanti nella società. Un impegno che ben si può legare al progetto pastorale della Chiesa italiana del prossimo decennio. E che Camadini lo ha perseguito tra l’altro con la presidenza dell’Opera per l’educazione cristiana e nella vice presidenza dell’editrice «La scuola», favorendo i corsi per gli studenti delle medie superiori, l’erogazione di borse di studio e la «Fondazione Tovini» con il suo collegio universitario (Anche il suo essere stato consigliere d’amministrazione del nostro giornale dal 1989 al 2010 deve essere letto in ques’ottica).Ma da trent’anni l’impegno prioritario di Giuseppe Camadini era dedicato all’istituto Paolo VI, «centro internazionale di studi e documentazione promosso dall’opera per l’educazione cristiana di Brescia», divenuto in un certo senso la sua ragione di vita. Come provano i tanti interventi, specie in occasione delle visite a Brescia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Un’istituzione – il Paolo VI – che raccoglie nel suo archivio quasi centomila documenti in gran parte originali di Paolo VI, una biblioteca di 33.000 volumi, ed è promotrice di convegni e colloqui internazionali e vanta una una collezione d’opere d’arte moderna che il notaio Camadini ha presentato con orgoglio tre anni fa a papa Ratzinger durante la sua visita alla sede dell’istituto a Concesio, paese natale di Montini. Non deve sorprendere che un banchiere abbia voluto legare la sua attività a un’istituzione culturale e scientifica di alto livello. C’è invece una sorta di filo che lega attività professionale, impegno civile nella società, e la creazione dell’istituto Paolo VI. Sono le tappe di un cammino, quello del movimento cattolico bresciano, che il notaio Camadini ha percorso nella sua vita con una fedeltà e una apertura anche spirituale che quanti lo hanno conosciuto hanno potuto apprezzare. (Antonio Airò)IL MONACO BANCHIERE CHE VOLEVA LA FINANZA A SERVIZIO DEL TERRITORIOGiuseppe Camadini è stato per me figura di riferimento. In svariate occasioni, dovendo scrivere di Banche & Banchieri, e in specie della cosiddetta finanza bianca, andavo ad abbeverarmi. Pur di riservatezza estrema, mai negava un assenso, un dissenso, una precisazione carichi di ansie etiche sul gigantismo del sistema creditizio italiano che ai suoi occhi pareva avere perso la bussola.L’ultimo incontro risale alla primavera del 2011 mentre stavo dando dei tocchi finali alla biografia di un suo carissimo amico, il veronese Giorgio Zanotto, artefice di quella grande istituzione che è il Banco Popolare, ora alle prese con la crisi epocale che nessuno risparmia. Il «Dottor-notaio», come mi piaceva chiamarlo per l’atteggiamento un po’ da medico umanista, un po’ da implacabile censore-garante, m’offrì the e biscottini avanti di condurmi, con evidente orgoglio, a visitare la nuovissima sede della Fondazione Paolo VI, a Concesio, laddove la pianura bresciana prende ad inerpicarsi nella Val Trompia. Terra camuna.Annidata, stimolato da un buon bicchiere di vino genuino, a colazione suo ospite nel Centro Pastorale Paolo VI ancora sistemato in un Seicentesco palazzo gentilizio bresciano, il Gran Banchiere, si concesse qualche confidenza. Umana, personalissima, carica di ethos. Con il nuovo secolo e l’introduzione dell’euro, la finanza annunciava di avere imboccato l’autostrada dello sviluppo ininterrotto. «Quest’orgia consumistica ci porterà all’Inferno», disse. Aggiunse pensoso, quasi ad ammorbidire quell’infausta premonizione: «Dobbiamo tornare, noi cristiani, alle origini. Il danaro, è un mezzo, non un fine. Il Bene Comune ha da essere il nostro riferimento». Si fece umile: «Forse sono troppo vecchio...». Aveva già patito un paio di infarti, e tuttavia proseguì, instancabile.Camadini, forse proprio perché camuno cioè erede della saggezza antica del servire gli uomini e la Chiesa, né moglie né figli, attraverso il voto di castità nutrì fin dalla giovinezza tre grandi amori: per la sua terra (sempre tenne aperto lo studio notarile in Valle, anziché in città), per il beato Giuseppe Tovini che ebbe un ruolo decisivo nella Fondazione del Banco Ambrosiano sul finire dell’Ottocento. E con Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI, al quale si mise a disposizione per la sua integerrima competenza nel risolvere alcuni dei nodi che già allora, in epoca Marcinkus, affliggevano le finanze vaticane.Rievocando l’«amico Giuseppe» sono colto da un dubbio: gradirebbe un epitaffio? Nell’archivio, trovo una pennellata d’immagine: «Non compare, non appare...». Straordinario. In un’epoca in cui i banchieri dedicano la maggior parte del loro tempo a dichiarazioni, interviste, spesso sconfinanti in vaniloqui autoreferenziali od autoassolutori, Camadini faceva del silenzio virtù. Eppure a scorrere gli annuali bancari lo si trova in una miriade di Consigli d’amministrazione. Nell’ultimo incontro, azzardai: «Come si sente in quei posti?». Allargò le braccia: «Un po’ in croce, ma c’è anche tanta brava gente». Saltò sui gomiti: «Crede al diavolo? Penso che molto di quanto succede, ed al peggio che verrà, discenda dal Maligno. Finché sono vivo però non lo scriva. Farei peccato».Caro Giuseppe Camadini, monaco banchiere indimenticabile t’avessero ascoltato! In oltre mezzo secolo di impegno lei ha remato contro corrente, talvolta inascoltato financo dagli amici più vicini. Sosteneva che la banca allontanandosi dalla società, dall’economia reale, dal territorio rischiava di imboccare un vicolo cieco, una strada senza ritorno. I fatti stanno dimostrando che la sua non era visione retrodatata, paleoconsumistica. Sennonché Camadini era timido, perfino schivo. All’ultima stretta di mano, in quel di Concesio, ebbe a sussurrarmi: «Anche i banchieri che si pretendono cristiani dovrebbero pregare di più. Provi a scriverlo, se ne ha il coraggio». (Giancarlo Galli)
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