sabato 20 gennaio 2018
Al World Economic Forum che si apre maredì Macron e Merkel possono offrire una terza via rispetto alll'autarchia di Dondald Trump e alla legge del più forte di Xi Jinping
Emmanuel Macron accoglie Angela Merkel all'Eliseo il 19 gennaio 2018 (foto Lapresse)

Emmanuel Macron accoglie Angela Merkel all'Eliseo il 19 gennaio 2018 (foto Lapresse)

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Al vertice del World Economic Forum che si apre martedì a Davos, tra le montagne svizzere, quest’anno il grande atteso Donald Trump. Da sempre quella statunitense è la nazionalità più rappresentata tra i partecipanti all’evento annuale del Wef, che è la più importante riunione internazionale di manager, imprenditori, politici, banchieri e altri potenti. I presidenti americani però si fanno vedere raramente dalle parti di Davos. L’ultimo a intervenire era stato Bill Clinton, nel 2000. Quando venerdì toccherà a Trump, la platea di Davos potrà ascoltare il più ostile e potente antagonista dello spirito “globalista” che storicamente anima il Wef, evento creato nel 1971 dallo svizzero Klaus Schwab per favorire l’incontro e lo scambio di idee tra le persone che muovono i soldi nel mondo (compreso lo stesso Schwab, la cui fondazione nell’ultimo bilancio mostra un incasso record di 280 milioni di franchi svizzeri). Non c’è posto al mondo dove i principi della globalizzazione dei mercati e del libero scambio siano così popolari.

Trump, che ha messo il rilancio solitario degli Stati Uniti al centro del suo mandato alla Casa Bianca, è un invitato malvisto. La portavoce Sarah Sanders, ha spiegato che accettando l’invito del Wef il presidente ha voluto cogliere l’opportunità di parlare della sua agenda America First. «Il presidente resta al 100% concentrato e impegnato nel promuovere politiche che rafforzino le aziende americane e il lavoratore americano» ha chiarito Sanders. Non sono solo parole. Nel suo primo anno di attività Trump ha attaccato concretamente tre accordi di libero scambio: ha mandato all’aria quello quasi chiuso con i paesi asiatici (il Tpp), lasciato morire il negoziato in corso con l’Europa (il Ttip) e aperto la trattativa per ridimensionare quello con Canada e Messico (il Nafta). A dicembre ha ottenuto dal Congresso l’approvazione di una drastica riforma fiscale che incentiva le imprese a portare la produzione negli Stati Uniti e in queste settimane sta ottenendo risultati simbolici importanti, come l’enorme investimento in America annunciato giovedì scorso da Apple.

Il Centro Congressi di Davos, dove ogni anno si tiene il World Economic Forum (foto Ansa-Ap)

Il Centro Congressi di Davos, dove ogni anno si tiene il World Economic Forum (foto Ansa-Ap)

Con "American First" di Trump siamo agli antipodi dell’immagine idilliaca della globalizzazione economica che a Davos aveva disegnato lo scorso anno l’applauditissimo presidente cinese Xi Jinping. Xi al Wef 2017 si è conquistato l’immagine di nuovo alfiere della globalizzazione. «Che vi piaccia o meno, l’economia globale è il grande oceano dal quale non potete scappare» aveva avvertito Xi, spiegando alla platea come dalla globalizzazione potesse emergere un mondo più ricco e più equo.

Le parole del capo di Stato di un paese non democratico vanno prese per quello che valgono. Soltanto manager senza nessuna “responsabilità sociale” verso i territori in cui lavorano possono credere agli effetti positivi della globalizzazione in versione cinese. Il commissario europeo Cecilia Malmström, tutt’altro che una neo-autarchica trumpiana, a pochi giorni dall’inizio del Wef non ha nascosto la delusione per l’assenza di un qualsiasi seguito concreto del discorso di Xi sul commercio globale. «Forse crede davvero in quelle cose, ma non le abbiamo viste in Cina – ha spiegato Malmström –. Vogliamo lavorare con la Cina e vogliamo che la Cina investa qui, ma là non c’è parità di condizioni. Nelle nostre relazioni commerciali non abbiamo visto nulla di concreto». Anzi, gli ostacoli agli investimenti europei in Cina sono anche aumentati nel 2017 e gli aspetti di colonialismo economico del progetto della Via della Seta preoccupano sempre di più.

Un aereo dell'Us Air Force parcheggiato all'aeroporto di Zurigo il 14 gennaio 2018 (foto Ansa-Ap)

Un aereo dell'Us Air Force parcheggiato all'aeroporto di Zurigo il 14 gennaio 2018 (foto Ansa-Ap)

Tra la politica del ritorno agli interessi nazionali rappresentata da Trump e la globalizzazione del più forte che vuole imporre Xi, l’Europa può rappresentare la terza via. L’Unione europea che è per sua natura un’organizzazione di condivisione di interessi tra popoli e nazioni differenti può proporre al mondo la sua versione di collaborazione possibile. È su questo che a Davos ragioneranno i capi di Stato europei, che interverranno tutti mercoledì ventiquattro. Prima l’italiano Paolo Gentiloni, poi la tedesca Angela Merkel, infine il francese Emmanuel Macron. Per Francia e Germania il Wef sarà l’occasione per spiegare al mondo come intendano collaborare su una nuova idea di Europa e su come questa Europa si relazionerà, anche dal punto di vista del commercio e della globalizzazione, con il resto del mondo. In attesa che anche l’Italia, con il governo che emergerà dalle elezioni del 4 marzo, abbia un governo legittimato dal voto che possa dire la sua in questa partita.


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