domenica 12 febbraio 2017
Europa più attiva nel contrasto agli sperperi Bruxelles ha stanziato 650 milioni di euro per la ricerca e l'innovazione con il progetto "Orizzonte 2020"
Stop all'ideologia dello spreco

È il nodo gordiano dell’umanità. Se la popolazione mondiale, come dicono le previsioni, raggiungesse i 9,6 miliardi entro il 2050, servirebbero tre pianeti per soddisfare la domanda di risorse naturali necessarie a sostenere gli attuali stili di vita. Basta questo dato per capire la fondamentale importanza che riveste nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite l’obiettivo numero 12: consumo e produzione responsabili. Ovvero efficienza delle risorse e dell’energia, infrastrutture sostenibili, garanzia di accesso ai servizi di base, a lavori dignitosi e rispettosi dell’ambiente e migliore qualità di vita per tutti. Un miraggio? Forse, ma sicuramente una imprescindibile necessità. Altrimenti per l’umanità non ci sarà futuro. Per potersi quantomeno avvicinare all’obiettivo Onu è dunque indispensabile abbandonare sempre più l’attuale modello economico basato sul consumo. Dapprima integrandolo, poi via via sostituendolo con un modello di economia circolare, in cui le risorse possano rivivere senza esaurirsi diventando scarti e rifiuti inquinanti. Per questo è necessario un approccio sistematico e cooperasportitivo tra tutti i soggetti attivi nelle filiere, dal produttore fino al consumatore. E proprio a quest’ultimo è richiesta fin d’ora una rivoluzione culturale rispetto agli stili di vita, un radicale cambiamento di mentalità. È scandaloso sapere che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto, corrispondente a 1,3 miliardi di tonnellate, per un valore pari a circa mille miliardi di dollari, finisce nella spazzatura dei consumatori e dei commercianti, oppure va a male a causa di sistemi di tra- o pratiche agricole inadeguati, mentre quasi un miliardo di persone soffre di denutrizione e un altro miliardo soffre le fame. Il settore alimentare rappresenta il 30% del consumo totale di energia ed è responsabile del 22% delle emissioni di gas serra. Cibo, ma anche acqua (oltre un miliardo di persone non dispone ancora dell’accesso all’acqua potabile) ed energia. Fa riflettere sapere, per esempio, che se la popolazione mondiale utilizzasse lampadine a risparmio energetico, si risparmierebbero 120 miliardi di dollari all’anno. L’uomo ha ancora la possibilità di evitare che sulla terra cali per sempre il buio.

L’Europa ha imboccato con decisione la strada dell’economia circolare, quella visione 'non lineare' del sistema di produzione basata sul principio che la vita di un prodotto non può iniziare con l’acquisto e terminare con lo smaltimento, ma occorre conservare il più a lungo possibile il valore degli oggetti e dei materiali. Perché le risorse non sono infinite e anche aziende e famiglie ne sono sempre più consapevoli. Cambiare visione dopo decenni in cui si è ragionato sulla produzione in termini "lineari" non è automatico. Bisogna mettersi nell’ordine di idee per cui i rifiuti non sono scarti, ma "beni" riutilizzabili e capaci di inserirsi in un circolo virtuoso. Quindi tutti i fattori, a partire dalla produzione, vanno riorganizzati in questo senso, tenendo come 'punti cardinali' le tre R: ridurre, riusare e riciclare. Fa bene al pianeta, ma anche all’economia. Secondo uno studio della Ellen McArthur Foundation realizzato insieme a McKinsey, in Europa l’economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, dare una spinta al Pil di circa 7 punti percentuali, avere effetti positivi sull’occupazione e incrementare del 3% la produttività annua delle risorse. A dicembre 2015 la Commissione europea ha adottato un ambizioso pacchetto che includeva proposte di legge sui rifiuti con importanti tassi di riciclo e un abbattimento dello smaltimento in discarica, oltre a un dettagliato piano d’azione di misure da intraprendere entro la fine del suo mandato nel 2019. Sul tema dei rifiuti la posizione dell’Ue è chiara: è necessario prendere in considerazione l’intero ciclo di vita di un prodotto, dal design alla produzione e fino alle misure di prevenzione, riciclo e riuso dei rifiuti stessi. Insomma, un richiamo non solo a una politica ambientale, ma anche industriale che modifichi la filosofia di produzione e di approvvigionamento delle materie prime, che oggi pesa circa per il 40% sui costi aziendali. Perché questo cambiamento possa realmente avvenire, i finanziamenti sono essenziali.

Per questo Bruxelles già lo scorso anno aveva deciso di mobilitare i fondi strutturali e d’investimento europei (fondi Sie), il programma per la ricerca e l’innovazione "Orizzonte 2020" – che per il biennio 2016-2017 ha messo sul piatto 650 milioni di euro di investimenti – e la Banca europea per gli investimenti (Bei). Certo, cifre che da sole non bastano per modificare un sistema lineare e trasformarlo in circolare e "virtuoso". In un primo bilancio, a gennaio, l’Ue ha reso noto di aver adottato ulteriori misure e ha deciso di dare nuova linfa al suo progetto spingendo, fra le altre cose, alla nascita di una nuova piattaforma che porterà insieme la Banca Europea per gli Investimenti, alcune banche nazionali e altri partner a condividere migliori pratiche in materia di finanziamento di progetti e di modelli di business dell’economia circolare. L’idea è quella di far conoscere più diffusamente il concetto dell’economia circolare, di migliorare la bancabilità dei suoi progetti e di garantire che gli strumenti esistenti siano utilizzati appieno. Per mettere in atto una gestione efficiente ed efficace del ciclo dei rifiuti, però, se da una parte – e di pari passo coi finanziamenti – bisogna rafforzare le misure di prevenzione e il tasso di riciclo, dall’altra è fondamentale applicare misure di sostegno allo sviluppo di un mercato delle materie prime secondarie di qualità. Non solo.

La Commissione è convinta che anche facendo leva sulla possibilità di ridurre i costi da sostenere per il fine vita dei prodotti è possibile incentivare la progettazione di beni in grado di essere riutilizzati o riciclati. In Italia ci sono già aziende che hanno fatto della circular economy il proprio cardine, magari anche sperimentando approcci innovativi come quelli legati alla trasformazione digitale e alla sharing economy. Il prossimo passo, però, sarà trasferire questa nuova filosofia ai modelli operativi di produzione dei ricavi e di gestione dei costi. Certo, ci sono settori più 'fisiologicamente predisposti' di altri a sposare la filosofia circolare. Come l’automotive che, oltre alle esperienze di car sharing, sta lavorando in questa direzione anche in fabbrica, studiando progettazioni modulari, capaci di tenere conto fin da subito della possibilità di recuperare la componentistica, e valutando l’uso di materiali riciclabili a basso impatto ambientale ma al tempo stesso sicuri e leggeri. Intanto in Italia la sensibilità sul tema rifiuti continua a crescere fra cittadini e imprese: secondo un Rapporto promosso e realizzato da Fise Unire – l’Associazione che rappresenta le aziende del recupero rifiuti – e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, il riciclo si conferma già un’attività cruciale per l’economia circolare, trasformando annualmente oltre 15 milioni di tonnellate di rifiuti di carta, vetro, plastica, legno e organico in 10,6 milioni di tonnellate di materie prime secondarie, cioè quelle che si formano dagli scarti delle materie prime.

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