giovedì 26 ottobre 2017
Più prevedibile che mai, la Banca centrale europea conferma quanto avevano previsto gli analisti. E lascia capire che i tassi di interesse resteranno a zero per tutto il 2018 (tedeschi permettendo)
Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea

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Uno dei successi di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea è quello di averla resa prevedibile. Fare ciò che il mercato si aspetta, un po’ spiegando in maniera dettagliata qual è la strategia monetaria e un po’ lasciando filtrare quali sonole ipotesi su cui stanno ragionando a Francoforte, evita alla Bce di prendere di sorpresa gli investitori ma anche le banche e quindi, in definitiva, la cosiddetta “economia reale”, dove aziende e cittadini fanno le loro scelte economiche anche sulla base delle prospettive monetarie dei mesi a venire.

L’attesissima riduzione del piano di Quantitative easing avviato nel marzo del 2015 è avvenuta proprio quando e come gli analisti avevano previsto. La riduzione degli acquisti mensili di debito pubblico e privato non è brusca: si andrà avanti al ritmo di 60 miliardi di euro al mese fino a fine dicembre, si scenderà a 30 miliardi da gennaio fino a settembre 2018. «O anche oltre, se necessario, e in ogni caso fino a quando il consiglio direttivo non vedrà un aggiustamento sostenuto nel percorso dell’inflazione coerente con il suo obiettivo» ha ricordato Draghi, con la consueta formula che lascia le mani libere alla Bce, nel messaggio con cui ha comunicato la decisione di ieri.

Il bilancio della Bce si allarga

Con altri 9 mesi di acquisti, per un ammontare totale di 270 miliardi di euro di shopping, il bilancio dei titoli finiti nel bilancio della Bce nell’ambito del programma di stimolo più robusto mai concepito nell’area dell’euro salirà poco oltre i 2.500 miliardi di euro. Ce n’è abbastanza per comprare l’intero debito pubblico italiano. Nonostante lo sforzo l’inflazione, che per mandato la Bce dovrebbe portare vicina al 2%, è a un più modesto 1,5% e diretta verso una discesa nei prossimi mesi. Questo giustifica, davanti alle perplessità dei cosiddetti “falchi” della banca centrale, l’uscita morbida dal QE. «Un ampio grado di stimolo monetario rimane necessario – spiegava ieri Draghi – per irrobustire le pressioni inflattive di base e supportare nel medio termine lo sviluppo dell’inflazione di riferimento».

Tassi bassi ancora a lungo

L’uscita lenta dal piano di acquisti comporta anche una ancor più lenta risalita del costo del denaro. «I tassi di riferimento della Bce rimaranno agli attuali livelli per un esteso periodo di tempo, e ben oltre l’orizzonte dei nostri acquisti di titoli» ha avvertito Draghi come primo punto al termine della riunione del Consiglio. Quindi l’era dei tassi a zero (oggi il tasso di riferimento Bce è proprio a zero, quello sui depositi è negativo, al -0,4%) in Europa continuerà almeno per tutto il 2018.

I tedeschi lavorano al successore

Non tutti a Francoforte concordano con questa linea morbida. La scelta di non fissare una scadenza definita del QE, per esempio, non è stata adottata all’unanimità, ma con «un’ampia maggioranza». Non è un mistero da dove arrivino le perplessità: i tedeschi vorrebbero un’uscita più rapida dal piano di stimoli e con loro sono schierati altri banchieri centrali del Nordeuropa. Gli stessi che, salvo colpi di scena, rivendicheranno la scelta del successore di Draghi a Francoforte, quando, fra due anni, il banchiere italiano alla guida della Bce vedrà scadere il suo mandato di otto anni, non rinnovabile.



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