venerdì 23 gennaio 2015
«Questo decreto è un errore. Ora abbiamo 60 giorni per migliorarlo anzitutto ascoltando le stesse Banche popolari, provando ad accelerare e recepire l’autoriforma che stavano elaborando». Il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, annuncia «battaglia» da parte di Ncd e Area Popolare sul decreto di riforma degli istituti popolari.Lei ha espresso parere negativo in Consiglio dei ministri, ma poi il decreto è stato approvato. Ora che fate: aprite uno scontro nella maggioranza?Noi siamo sostenitori convinti di questo governo e del cambiamento di cui si è fatto promotore. Sostenitori leali. Proprio questa lealtà ci ha portato a manifestare subito la nostra contrarietà al provvedimento sulle Popolari nel metodo e nel merito. Nel metodo, perché andava semmai approvato un disegno di legge, per aprire il confronto con il mondo del credito. E soprattutto nel merito, perché le Popolari sono l’ossatura portante del credito e della finanza a livello locale. Fortemente radicate nei territori ed essenziali per lo sviluppo dei distretti. Assieme alle Bcc, sono stati gli unici istituti a non far mancare il credito alle imprese e alle famiglie in questi anni di crisi. Basta un dato per capirlo: nel 2014 hanno erogato 148 miliardi di euro di prestiti alle imprese, pari al 66% dei loro impieghi, contro una media del sistema bancario del 33%. Ora non si può penalizzare questa realtà sussidiaria, esempio di economia sociale di mercato, calando dall’alto l’imposizione di cambiare forma societaria. Riprenderemo perciò in Parlamento la battaglia, sempre con lealtà nei confronti del governo.Ma chi ha spinto di più per la riforma: il premier, il Tesoro, Bankitalia, la Bce?Il ministro Padoan ha presentato il decreto in rapporto con la Banca d’Italia e le istituzioni europee. E in Consiglio dei ministri l’abbiamo migliorato, eliminando il riferimento alle Banche di credito cooperativo e alle Popolari più piccole. Ma io riconosco le ragioni che hanno portato alla riforma. Solo che si poteva e si può farlo in maniera ben diversa.C’è chi sostiene che si stia difendendo solo un vecchio potere democristiano e localistico...Niente di più sbagliato. Non ci interessa difendere poteri o lobby. Siamo i primi a volere il cambiamento. Ma il punto è come far vincere al nostro sistema bancario la sfida della modernità senza perdere le proprie peculiarità, che sono anche quelle di avere forme societarie diverse, di poter contare su istituti radicati nei territori, su forme cooperative che hanno dimostrato non solo di funzionare ma di essere una risorsa essenziale. D’altrocanto, non mi sembra che sia cambiata la Costituzione che all’articolo 45 promuove la funzione sociale della cooperazione o all’articolo 47 incentiva il risparmio popolare.E invece si rischia di snaturare le Popolari e consegnarle magari alla finanza internazionale.Non capisco infatti perché dobbiamo dare spazio agli speculatori o pensare che sia solo il mercato a decretare la funzionalità e il valore di un sistema creditizio. E cosa c’entri questo con l’abolizione del voto capitario. Come se la contendibilità degli assetti societari fosse l’unico parametro per giudicare la funzione sociale di una banca.Quale può essere il punto di caduta di un accordo in Parlamento? Limitare la riforma alle sole quotate? Ripartire dal progetto di autoriforma che le Banche popolari stavano elaborando con la consulenza dei professori Alberto Quadrio Curzio, Angelo Tantazzi e Piergaetano Marchetti. Lì possono esserci le risposte giuste.
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