giovedì 22 gennaio 2015
Sono tanti i parlamentari che chiedono al governo di ripensare modalità e contenuti del decreto.
INTERVISTE Gitti (Pd): «Pronti gli emendamenti per salvaguardare l’italianità» | Barbanti (M5S): «Decreto sbagliato e pericoloso»
Le dieci grandi banche popolari "selezionate" dal governo hanno diciotto mesi di tempo per diventare società per azioni. Il Parlamento ha sessanta giorni per provare a correggere un provvedimento d’urgenza che riduce di fatto la "biodiversità" del sistema economico italiano.Una corsa contro il tempo, nel primo caso, le cui regole sono dettate dall’articolo 1 dell’ultima bozza del decreto approvato martedì dal Cdm. La soglia oltre la quale scatta l’obbligo di diventare Spa è quella annunciata: 8 miliardi di attivi a livello consolidato. Ma per chi in futuro dovesse superare il limite – ed entro un anno non tornare sotto la soglia o non deliberare la trasformazione in Spa – Bankitalia potrà adottare sanzioni fino alla revoca della licenza. Per evitare blocchi di sbarramento in assemblea, è stata abbassata la maggioranza necessaria: già dalla seconda votazione deve essere dei «due terzi dei voti, qualunque sia il numero dei soci» presenti. E cambia anche il numero di deleghe che si possono attribuire: andranno da 10 a un massimo di 20. Misure studiate dai tecnici di Bankitalia per evitare brutti scherzi.Già, perché la riforma, secondo le ricostruzioni che si sono potute fare, ha una forte vocazione "tecnica". Capace di superare anche le resistenze politiche a una simile accelerazione. Dentro al Tesoro e anche a Palazzo Chigi. Il filo rosso parte infatti dall’ultimo rapporto sulla situazione delle banche in Europa stilato dall’ex Commissario Olli Rehn nel marzo scorso. Rapporto che recepiva le indicazioni fornite dal Fmi e preparava il terreno a quell’Unione bancaria che, dal 4 novembre 2014, ha spostato la vigilanza per le grandi banche da Roma a Francoforte. Nella stesura del decreto ha dunque giocato un ruolo attivo la Banca d’Italia, di sponda con i tecnici del Tesoro e di Palazzo Chigi. Inizialmente la doccia avrebbe dovuto essere – almeno nelle intenzioni dei "regolatori" – ben più fredda. E coinvolgere tutte le popolari, senza soglie, fino a includere le Bcc. Che guai "sistemici" possano provocare 380 banche territoriali del credito cooperativo con un tasso di commissariamento pari ad appena l’1,9% è difficile da comprendere. Ma il sistema di vigilanza previsto dall’Unione bancaria europea – a differenza di quello statunitense, ad esempio – non è stato costruito in modo così raffinato da distinguere taglie finanziarie e soprattutto ruoli sociali. L’intervento politico ha comunque provato a smussare l’impatto. Anzitutto escludendo le Bcc e fissando la soglia degli 8 miliardi, anche se c’era chi avrebbe preferito distinguere semplicemente fra "quotate" e "non quotate". È stato sommessamente proposto pure di non utilizzare il decreto, ma c’era urgenza. Così il punto di mediazione lo si è trovato nei 18 mesi concessi alle popolari per trasformarsi in Spa. La Commissione Ue plaude e incalza: il decreto deve essere trasformato in Legge entro 60 giorni, ha ricordato ieri il portavoce del commissario Ue ai servizi finanziari, Jonathan Hill.In Parlamento si sta costituendo intanto un fronte trasversale pronto ad "emendare". Se per Francesco Boccia (Pd) la riforma «annacqua la funzione straordinaria delle popolari», Alleanza popolare assumerà – ha dichiarato Maurizio Sacconi – «una forte iniziativa per modificare il provvedimento: se è logica la trasformazione della banca popolare che ha scelto la quotazione di mercato – ha spiegato – sarebbe davvero assurdo mettere in discussione per legge una storia largamente positiva dell’esperienza italiana, quella delle banche di popolo, cioè fondate e alimentate da una moltitudine di piccoli risparmiatori, lavoratori, operatori economici che trovano la garanzia della loro rappresentanza proprio nel voto capitario».
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