giovedì 16 marzo 2017
Il fondatore e portavoce dell'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile: al Libro bianco di Juncker rispondiamo con una lettera aperta per rilanciare la missione dell'Unione
Enrico Giovannini (Ansa)

Enrico Giovannini (Ansa)

Compiere 60 anni e non dimostrarli. Chiunque ci metterebbe la firma. A compierli è l’Europa unita ma non dimostrarli, in questo caso, non parrebbe segno né di buona salute, né tantomeno di acquisita maturità. Lo si può dedurre dai poco rosei scenari che emergono dal Libro bianco sul futuro dell’Unione presentato il 1° marzo dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. «Un Libro un po’ troppo bianco che, anziché far immaginare un possibile futuro, sembra piuttosto presagire il rischio di una dissoluzione dell’Europa», dice l’economista Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro ed ex presidente dell’Istat, oggi strenuo portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile.

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Ed è proprio in questa veste che sta promuovendo, insieme ad altre organizzazioni internazionali, un’appassionata lettera aperta ai capi di Stato e di governo per rilanciare (a pochi giorni dalla celebrazione, il 25 marzo, dei 60 anni dai Trattati di Roma) il cruciale ruolo politico e strategico dell’Unione europea, tema del convegno del 23 marzo alla Camera dei deputati Europe Ambition 2030.

L’occasione per rilanciare «la centralità degli obiettivi Onu contenuti nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che ha in sé il potere di unire attorno a un grande obiettivo un’Europa sempre più frammentata, cambiando la mentalità della popolazione e ricostruendo la fiducia nel progetto della casa comune europea».

Un’Europa disillusa e scarica a livello ideale, professore? O più semplicemente sempre più divisa dal prevalere di meri interessi particolari nazionali?

Gli interessi nazionali sono sempre stati forti, questo è comprensibile. Ma per un futuro davvero sostenibile è il momento di andare oltre. Serve il coraggio di un approccio che però nelle cinque opzioni di Juncker non si vede. Sulle grandi questioni europee la Commissione non fa altro che rilanciare la palla ai singoli Paesi membri. Con la prospettiva non del tutto removai ta di finire col rivedere i trattati stessi. Il che vorrebbe dire andare al massacro. Da Juncker mi aspettavo che mi dicesse come superare il rischio che si blocchi l’intero processo di integrazione. Invece niente di tutto ciò.

Ma qualcosa le sarà pure piaciuto tra le cinque opzioni del Libro bianco...

Beh, nell’ultimo scenario, che è quello che configura l’integrazione maggiore, ci sono pro e contro. Tra i punti a favore, l’idea della costruzione di un’Europa forte e unita. Ma per contro si rischia una ulteriore divaricazione tra le opinioni pubbliche dei cittadini e le istituzioni europee. In generale, però, l’elemento negativo che più colpisce è che la prospettiva della Ue non sposa più di tanto gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Si pensa a fare solo mercato unico, lasciando ai Paesi membri tutto il resto.

Ma perché sarebbe necessario proprio ora, in una fase così delicata per la Ue, questo scatto in avanti?

Essendo un momento di crisi e di scelta fondamentale è necessario fare politiche che rispondano ai reali bisogni dei cittadini e rilanciare la Ue magari in un senso più federale. Con prospettive sociali che ne facciano una sorta di guida mondiale dello sviluppo sostenibile, nell’ottica del benessere e non soltanto del mercato.

Una guida rispetto a Cina e Stati Uniti?

Sì, l’Europa deve essere un front runner dello sviluppo nella sua accezione più alta. Finché c’è stata crescita economica, la Ue è riuscita a contenere anche le disuguaglianze sociali. Ma se la crescita futura sarà sempre misurata in termini di Pil e perciò destinata a essere sempre più bassa, per progettare un futuro per tutti bisogna pensare di convertire la crescita in termini di benessere equo e sostenibile. Andiamo a rileggerci l’articolo 3 del Trattato.

Cosa dice questo articolo?

È quello per cui io mi sento fiero di essere europeo. Esprime i principi che ispirano il senso stesso dell’Unione e a cosa serve. Pace, benessere, difesa dei valori, sviluppo sostenibile, coesione sociale, crescita, occupazione: ciò per cui è stata creata la Ue. Peccato, però, che dopo l’articolo 3 ce ne sono altri che dicono che l’Europa si occupa sì di politiche economiche, ma non altrettanto di quelle sociali. Si occupa di alcune questioni ambientali, ma non di tutte. Ma dipende, del resto, dal suo assetto istituzionale intergovernativo, per cui alla fine sta ai singoli Paesi legiferare. Ciò detto, non dobbiamo confondere gli errori politici commessi con i grandi ideali che stanno alla radice e costituiscono la casa comune europea. Soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano perdere valori e spinta ideale. Persino la Cina sta dando miglior esempio degli Usa.

A cosa si riferisce in particolare?

Alla sostenibilità ambientale. Mentre l’amministrazione Trump ha annunciato un forte taglio ai fondi per la tutela dell’ambiente a favore del riarmo, il governo cinese alla Cop 22 di Marrakech ha detto chiaramente che chi si ritrarrà dagli impegni ambientali non sarà per la Cina un buon partner commerciale. E proprio Pechino oggi si sta ponendo come potenziale campione dello sviluppo sostenibile. Pensiamo quindi che straordinaria opportunità avrebbe l’Europa andando in questa direzione. Puntando con decisione all’Agenda 2030. Purtroppo però quando vengono chiesti sacrifici i singoli governi cercano sempre di scantonare. Che si tratti di disastri ambientali, di debito pubblico elevato o di disoccupazione giovanile, è colpa di un modello economico insostenibile che viene scaricato sulle future generazioni.

Sull’Italia incombe una nuova mega multa da parte di Bruxelles...

Certo, oltre un miliardo di euro perché non tagliamo le emissioni di particolato nelle città. A me però piace questa Europa che obbliga il governo del mio Paese a prendersi cura della salute dei cittadini. È da qui che nascono le grandi opportunità per progettare un futuro sostenibile. Nel momento in cui gli Usa si ritirano e la Cina sta invece investendo con decisione in tutela ambientale, perché non immaginare un progetto per attirare in Europa i migliori esperti e ricercatori delle tecnologie contro il cambiamento climatico? L’Europa dovrebbe diventare il grande laboratorio mondiale di innovazione per lo sviluppo sostenibile.

E il 'totem' Pil?

Un modello economico fondato sulla vecchia logica di mercato e di profitto è in parte valso finché ad adottarlo sono state poche centinaia di milioni di persone. Ma a un’umanità globalizzata che tra pochi anni conterà nove miliardi di persone servirebbero cinque pianeti per sostenerlo. Il futuro non può che essere nell’ottica di un nuovo modello basato sull’economia circolare. Prospettiva che la Commissione ha anche abbracciato nella prima ondata del piano Juncker, prevedendo che gli investimenti debbano andare proprio verso l’economia circolare e verso l’efficienza energetica. Il programma 'Horizon 2020' da 80 miliardi, per esempio, potrebbe essere orientato ancora di più verso lo sviluppo sostenibile. Ma tutto questo è già contenuto nella enciclica di papa Francesco Laudato si’che sui temi del benessere equo e sostenibile è chiarissima. Se si accetta la logica dello scarto, non solo si inonda il pianeta di scarti fisici ma soprattutto di scarti umani, come i disoccupati e i poveri. È questo il dramma del modello di sviluppo che abbiamo creato. Convinti che la crescita economica a qualsiasi costo avrebbe di per sé risolto tutti i problemi. Ma così non è, come possiamo vedere. Ci vuole una svolta. Spero nel prossimo G7.

Che sarà a presidenza italiana.

Il 26 e 27 maggio a Taormina il nostro governo potrebbe cercare di far passare questi messaggi, nonostante tutte le difficoltà del caso. Il premier Gentiloni viene da una realtà culturale in cui la sostenibilità dell’ambiente è stata sempre al centro.

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