mercoledì 28 gennaio 2015
«Sono già passati otto giorni, ma ancora non mi capacito dell’affermazione del premier Renzi. Ha detto che in Italia "ci sono troppi banchieri e troppo poco credito" per giustificare lo sciagurato decreto legge di riforma delle banche popolari. È una vera e propria mistificazione: si invertono i fatti affermando l’esatto contrario della realtà». Nel giorno in cui contro il decreto si scagliano anche i sindacati dei bancari in vista dello sciopero nazionale di venerdì, a criticare il provvedimento del governo è anche l’economista Giovanni Ferri, docente alla Lumsa, lunga esperienza all’Ufficio studi di Bankitalia e per vent’anni alla Banca Mondiale.Professor Ferri, di questa riforma contesta più il metodo o la sostanza?Entrambe le cose. Il metodo è ingiustificabile. Mi occupo da più di vent’anni di banche cooperative e non ho mai visto il coercitivo intervento di un governo per trasformarle in Spa. È stato stabilito un primato assoluto di illibertà. Tra l’altro, con un decreto legge in assenza del presidente della Repubblica. Siamo al di fuori della Costituzione. D’accordo, la forma non è ineccepibile. Ma la sostanza?Io non riesco proprio a vedere nulla di buono in questo provvedimento. Questa legge rende soltanto più facili le scalate ostili. Obiettivi inconfessati e inconfessabili.Si spieghi meglio, professore...Gli speculatori finanziari sanno che da noi c’è una certa capacità di risparmio e quindi ci sono dei fondi da sottrarre e allocare in giro per il mondo. Perciò penso che dietro a questa riforma ci siano gli appetiti di speculatori di breve periodo che vogliono appropriarsi delle plusvalenze che sono il patrimonio delle banche popolari, di generazioni di risparmiatori, dei sacrifici di famiglie e piccoli imprenditori. Una sorta di campagna d’Italia finanziaria anziché militare?Quando si trasforma una banca da popolare o cooperativa in Spa si creano delle plusvalenze, frutto degli investimenti e della sana gestione di decenni. A chi appartengono questi utili? Sono di una comunità. Quindi si solleva anche un problema etico. Nel momento in cui la comunità ha creato qualcosa che funziona bene, monetizzare oggi non significa soltanto dare soldi a Tizio o Caio, ma vuol dire sottrarre risorse economiche alle generazioni future di quella comunità e non solo. Infatti che gliene importa agli scalatori, potenziali speculatori, di gestire e migliorare quelle banche... Possibile che la riforma si traduca in una svendita...Le dirò di più. Nelle banche cooperative a rendere difficili le scalate ostili degli speculatori è sempre stato il meccanismo del voto capitario. Togliendo di mezzo questo, il governo apre la strada a scalatori e speculatori. Ma la dottrina economica insegna che le scalate servono laddove c’è una cattiva governance. Nelle popolari, le uniche banche capaci di sostenere il credito durante questi anni di crisi, problemi di mala gestio non ce ne sono. E poi come può un governo democratico intervenire a modificare un contratto tra privati? È un atto illegittimo. All’estero non si è mai fatto.Com’è la situazione oltre confine?Il francese Crédit agricole, una delle più grandi banche europee, è strutturato in forma cooperativa. All’estero ci sono stati esempi di volontarie trasformazioni da cooperative a spa: nel Regno Unito con le building societies e negli Stati Uniti con le saving and lone. Ma in entrambi i casi la demutualizzazione causò un clamoroso flop. Nel Regno Unito istituirono persino una commissione per studiare come reintrodurre banche cooperative mutualistiche. E allora perché in Italia si vuole rompere un giocattolo che funziona? Si dice per la riforma servirà a generare più credito.Distruggendo la biodiversità bancaria? Eliminando banche che nel contempo mantengono il tessuto sociale delle comunità locali, distribuiscono credito, generano profitti e sostengono l’economia? Il fatto è che fanno gola a qualcuno... È gravissimo quello che sta accadendo. Può essere l’anticamera di un attacco a tutto campo alla sussidiarietà.
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: