lunedì 20 febbraio 2017
Padoan oggi all'Ecofin per difendere i saldi nazionali. Ma per quanto il Tesoro parli di debito "stabilizzato" il passivo italiano continua a crescere. Molto più del Pil
Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia (foto Ansa)

Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia (foto Ansa)

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Non sarà facile per Pier Carlo Padoan convincere i colleghi europei al vertice dell'Ecofin di oggi che il debito pubblico dell'Italia è comunque sostenibile. Perché il passivo nazionale si sarà anche «stabilizzato», come ha assicurato il ministro dell'Economia alla presentazione con l'Ocse del 15 febbraio. Ma i numeri diffusi dalla Banca d’Italia un paio d’ore prima che il ministro dell’Economia parlasse all’incontro con l’Ocse raccontano una storia un po’ diversa. Durante il 2016 il nostro passivo nazionale è salito di 45 miliardi di euro, passando da 2.173 a 2.218 miliardi. In percentuale è un aumento del 2,1%. Cioè il debito è cresciuto a un ritmo più che doppio rispetto a quello del Prodotto interno lordo, che nel frattempo — secondo il dato “grezzo” preliminare comunicato dall’Istat martedì 14 febbraio— è salito dello 0,9%. Sono circa 20 miliardi, scarsi. Insomma: purtroppo il Pil è molto più «stabilizzato» del debito.

Divisi per i 60,5 milioni di italiani, quei 45 miliardi di debito pubblico aggiuntivo sono 720 euro a testa e questo rialzo porta a circa 37mila euro la cifra che ogni cittadino è chiamato a rimborsare ai creditori del Paese. Ognuno, compresi i (pochi) bambini, e forse non è un caso che il codice fiscale sia una delle prime cose che lo Stato consegna ai nuovi nati.


Spazio fiscale ridotto al minimo

«Un Paese ad alto debito non può crescere in modo stabile se non lo riduce» ha detto all'Ocse lo stesso Padoan, promettendo che già quest’anno il debito scenderà. Scenderà in rapporto al Pil, ovviamente, perché di riduzioni del debito in valore assoluto non se ne parla: le serie storiche della Banca d’Italia ci dicono che l’ultimo anno in cui l’Italia è riuscita a fare scendere il suo passivo è stato il 1932, quando c’erano ancora i Savoia e Mussolini. Così dovremo accontentarci di riduzioni marginali, come quelle promesse dal governo nel Def, dove si vede una discesa del debito pubblico sotto il 130% del Pil soltanto nel 2019 (anche questo sarà un caso, ma è l’anno successivo alla scadenza naturale di questa legislatura).

Con un debito a questi livelli, superato nel mondo soltanto da quello di Giappone, Grecia e Libano, l’Italia è un esempio tipico di Paese che ha uno spazio fiscale «minimo, se non inesistente» ha avvertito Vitor Gaspar, responsabile delle politiche fiscali per il Fondo monetario internazionale, dopo avere presentato uno studio in cui si mostra come le regole europee sui conti pubblici siano state rispettate molto di rado nella zona euro tra il 1999 e il 2015. Spazio fiscale minimo significa impossibilità di ridurre le tasse senza tagliare anche la spesa (che comprende anche i costi degli interessi sul debito pubblico, 68 miliardi su 828 di uscite dello Stato nel 2015).

Le privatizzazioni come gocce nel mare

Francesco Caio, amministratore delegato di Poste italiane, suona la campanella per l'avvio delle negoziazioni dell'azienda, il 28 ottobre 2015 (foto LaPresse)

Francesco Caio, amministratore delegato di Poste italiane, suona la campanella per l'avvio delle negoziazioni dell'azienda, il 28 ottobre 2015 (foto LaPresse) - LaPresse


È anche in questo scenario che va inquadrata la polemica interna al governo e alla maggioranza sulle privatizzazioni. L’esecutivo ha in cantiere la cessione di un altro 29,3% delle Poste Italiane e dell’Alta velocità ferroviaria per un incasso totale di circa 7 miliardi di euro. La settimana scorsa prima il sottosegretario allo Sviluppo economico Antonello Giacomelli ha invitato il Pd ad andarci cauto con la cessione di un’altra quota di Poste per il rischio che questo avvenga «a discapito della rete di sportelli, del recapito, del personale dedicato ai servizi locali», poi il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ha chiesto una «riflessione profonda» anche sulla privatizzazione ferroviaria, visto che coinvolge «i contratti di servizio con le Regioni e il servizio universale».

Padoan ha risposto che «se ci sono timori rispetto al cambio di priorità, queste idee sono tutte sbagliate» ribadendo che per abbattere il debito «tutte le leve, compresa quella delle privatizzazioni, sono importanti e devono essere usate». Solo che finché il debito cresce come è avvenuto l’anno passato, non c’è privatizzazione che tenga. Sette miliardi non sono molti davanti a un aumento di 45 miliardi e sono solo lo 0,3% dei 2.218 miliardi di debito complessivo. Quando l’Italia ha venduto il primo 29,7% delle Poste, a ottobre 2015, il debito pubblico era di di 2.193 miliardi, 24 in meno di adesso.

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