giovedì 25 gennaio 2018
L'economia mondiale corre, ma i fattori che la sostengono sono a breve termine. Il Fondo monetario: senza interventi la prossima recessione potrebbe essere più dura. Il rischio debito pubblico
Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale

Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale

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Nel calcio si usa dire che un buon attaccante deve essere ottimista, mentre un difensore è bene che tenda a essere pessimista. La paternità di questa lezione non è chiara, ma rende bene l’idea di quello che dovrebbe essere un approccio corretto anche in campo economico. Il concetto è che si dovrebbe imparare a sfruttare al meglio le proprie risorse, evitando di accomodarsi sulle difficoltà o sui facili vantaggi del momento. Tradotto nella fase attuale, che sta mostrando segni convincenti di ripresa globale, il consiglio giusto – in particolare per un Paese come l’Italia – potrebbe essere questo: facciamo tutto il possibile per rendere più solida la fase espansiva, perché in caso contrario la prossima recessione potrebbe arrivare prima del previsto e potrebbe essere ancora più difficile da combattere.

L’avvertimento arriva dal Fondo monetario internazionale e a qualcuno può sembrare una «gufata» inopportuna proprio nei giorni in cui lo stesso Fmi ha migliorato le stime di crescita mondiale per i prossimi anni, con un +3,9% atteso nel 2018 e nel 2019. Dov’è dunque il problema? Perché una nuova crisi dovrebbe avere la meglio? Il punto centrale – come ha spiegato il capo economista del Fmi, Maurice Obstfeld, in un rapporto diffuso nei giorni del vertice di Davos – è che la fase positiva attuale deriva da una convergenza di fattori che non sono arrivati per caso e non dureranno a lungo. Dunque politici e governanti devono fare il possibile per: rimuovere gli ostacoli strutturali alla crescita, trovare modi migliori per ridistribuire i benefici dello sviluppo, rafforzare gli ammortizzatori e la capacità di adattamento alle difficoltà, la cosiddetta resilienza.

I fattori positivi, ma temporanei, che da metà 2016 hanno incominciato a riportare un po’ di sereno, sono noti: tra questi, le politiche monetarie accomodanti delle banche centrali in Europa e Usa e la fine controllata dell’austerity nei Paesi avanzati, unite allo scenario di una politica fiscale espansionistica negli Usa. Il fatto è che le previsioni ottimistiche sono di breve termine. Dunque vale la pena dare un’occhiata ai nodi da sciogliere. Uno degli scogli più ostici è rappresentato dalla questione demografica e dall’invecchiamento della popolazione nei Paesi avanzati, che oltre a ridurre i potenziali di crescita crea problemi all’altro fattore critico, la crescita contenuta della produttività. Anche la disuguaglianza è uno degli elementi che rendono la ripresa fragile, spiega il Fondo: crescita modesta dei salari reali e polarizzazione del mercato del lavoro fomentano già ora il malcontento e favoriscono spinte populiste che condizionano la politica.

È a questo punto che si entra in un terreno delicato e che riguarda da vicino Paesi con un elevato debito pubblico come l’Italia. Verrà presto il momento in cui i benefici delle banche centrali finiranno, i tassi di interesse si posizioneranno su livelli più alti, la Cina ridurrà gli stimoli fiscali che ne hanno guidato l’espansione, gli Usa dovranno incominciare a pagare il conto, sul bilancio federale, dello choc fiscale che stanno producendo. E quel giorno il rischio potrebbe essere maggiore per chi avrà conti pubblici meno sostenibili all’occhio dei mercati. Il momento positivo, insomma, non è il "new normal", la nuova regola. «La prossima recessione – ha scritto nel rapporto l’economista del Fmi – può essere più vicina di quello che sembra e le munizioni con le quali dovremo combatterla sono forse più limitate rispetto a dieci anni fa, perché i debiti pubblici oggi sono molto più alti».

Se giocare in attacco richiede ottimismo, è chiaro che non si può stare fermi o pensare a soluzioni facili, che attirano voti ma scaricano i costi sul futuro. Servono investimenti nelle persone, nella formazione delle competenze, nella ricerca, misure per ridurre la disuguaglianza e per promuovere uno sviluppo sostenibile, interventi per rafforzare la stabilità finanziaria globale, per la cooperazione fiscale internazionale e contro il riciclaggio di denaro... Già, ma chi ne parla?

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