venerdì 23 gennaio 2015
«È preoccupante», dice Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, riflettendo sulla riforma della governance delle banche popolari varata nei giorni scorsi per decreto dal governo. Rispetto ai dieci istituti interessati dal provvedimento, la sua è una piccola banca. Ma i numeri in controtendenza con cui ha chiuso il 2014 (ad esempio i crediti erogati: +5% a 622 milioni di euro, mentre per il settore bancario nel complesso c’è stata una contrazione, per non dire delle sofferenze di quasi quattro volte inferiori alla media), che è stato anche l’anno della prima apertura all’estero, in Spagna, sono un’ulteriore conferma che il modello cooperativo nel settore del credito funziona. E sa crescere continuando a sostenere l’economia reale, quella sociale in particolare.Cosa la preoccupa di più della mossa del governo?La forma scelta, la decretazione d’urgenza. Avrei gradito un provvedimento d’urgenza nel 2008 per introdurre una Tobin tax…E nel merito?Diverse cose. Ad esempio il fatto di aver stabilito una soglia: perché 8 miliardi (il decreto interessa le banche con attivi a bilancio superiori a 8 miliardi di euro, ndr) e non 10, o magari 5? Evidentemente si volevano "acchiappare" quelle dieci banche. Ciò è incomprensibile, al limite avrebbe avuto più senso distinguere tra quotate e non quotate. Poi è preoccupante il principio secondo cui si ritiene che la forma cooperativa non sia adatta oltre certe dimensioni: potrei anche essere d’accordo in senso generale, ma non certo nel momento in cui si impedisce a una cooperativa di superare quelle dimensioni. Se è questo a decidere se una società può rimanere o meno in forma cooperativa, c’è qualcosa se non va.Col passaggio alla forma di Spa si elimina il voto capitario (una persona, un voto): cosa può cambiare?Se uno compra le azioni di una banca popolare, sa che è una società in cui vige questa regola, per cui se non è d’accordo non le compri. Il voto capitario definisce una forma di governance più stabile, che può anche essere vista in senso negativo perché magari non cambia mai e diventa dura modificare un indirizzo, ma in una prospettiva di stabilità questo è un pregio. Magari i cittadini apprezzano di più questa forma che non una in cui la gestione è in mano a fondi d’investimento. Perché sul mercato dei capitali una banca che oggi è italiana, domani può cambiare completamente, anche nella mission. E poi, visto che si parla tanto di Europa, una delle cose per cui siamo ricordati negativamente in Europa ha visto protagonista la terza banca italiana. Che, vorrei ricordare, non è una cooperativa...Non c’è il rischio che la trasformazione imposta dal governo acuisca la mancanza di credito, invece di contenerla?Temo di sì. Le banche cooperative hanno fatto meno credit crunch delle altre. Ma se diventano scalabili da qualcuno, questo qualcuno lo fa per averne un profitto, magari vendendo i "gioielli di famiglia", e non perché ha una missione da cavaliere d’altri tempi. Per cui il rischio c’è. E poi non si capisce come queste banche potrebbero fare più credito se si elimina il voto capitario: ce l’avessero almeno spiegato.Come mai non c’è stata la stessa rapidità d’azione in altri frangenti, ad esempio nel contrasto alla speculazione finanziaria responsabile della crisi?Non saprei. Sono sconcertato da questo modo di procedere. E di enfatizzare, con affermazioni tutto sommato fuori luogo, un supposto effetto salvifico di questo decreto: dovrebbero dimostrarlo su basi oggettive. Ma non hanno dato spiegazioni.E ora?Vedremo se la riforma diventerà legge. Non è detto.
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