lunedì 26 gennaio 2015
Che da ormai troppo tempo si stia abusando della decretazione d’urgenza è sotto gli occhi di tutti al punto da non stupire più di tanto, ma ciò non toglie che nel caso del provvedimento recentemente varato dal Consiglio dei ministri in merito al credito popolare sembra si sia andati oltre la misura. Anzitutto perché non si riesce a capire come mai, come un fulmine sereno e senza la presenza di un’emergenza bancaria palese, si è deciso di prendere un provvedimento (di per sé stesso contraddittorio perché coniuga l’urgenza con un lasso di tempo di attuazione non proprio breve) che incide sull’identità stessa di una delle componenti più antiche del nostro mondo bancario che andrebbe, viceversa, trattata con cura e rispetto. Se a questo si aggiunge il fatto che per qualche giorno si è lasciato adito alle illazioni più diverse di fronte ad una frase sibillina e probabilmente mal interpretata del Capo del governo sul numero eccessivo di banchieri nel Paese, si comprende bene come a danno si sia aggiunto danno. Come avviene con sempre maggior frequenza, il mirino dei cultori di una economia volta esclusivamente al profitto privato e legata a regole positive fatte passare per leggi naturali, si è concentrato contro l’istituto della cooperazione economica, contro cioè quel modo differente di rispondere ai bisogni materiali delle persone, che è l’obiettivo primario dell’economia stessa, come ben si evince  dall’etimo del vocabolo. L’aggettivo "cooperativo" (o "popolare" che né è in questo caso per certi versi sinonimo) ha assunto, come ormai di consueto avviene presso una certa stampa, il senso di stantio, vecchio, obsoleto, inefficiente. Nulla di nuovo, per carità, dato che già alla fine dell’Ottocento si verificò un fenomeno simile. Salvo poi palesarsi per quello che era: l’interesse particolare di competitors di diversa estrazione.Per qualcuno ugualmente distorsivo e inefficiente sarebbe, nell’era della globalizzazione imperante, l’obiettivo di mantenere il risparmio legato al territorio che l’ha prodotto. O meglio: da questo punto di vista si assiste all’alternanza tra l’esaltazione del globale e quella del locale, quest’ultimo il più delle volte inteso come luogo privilegiato per la raccolta di un risparmio poi avviato, sotto forma di impieghi su redditizie strade globali. Anche qui nulla di nuovo sotto il sole.In questa occasione ben pochi hanno fatto notare come ci sia opportuno pretendere da chi si fregia della definizione di cooperativo (o popolare) e che persegue, di conseguenza, gli obiettivi propri di tale economia differente, il mantenimento di una fedeltà sostanziale ai principi fondativi per evitare che modelli di governance pensati per l’ottenimento di obiettivi precisi, si tramutino in inefficienti strumenti di conservazione.D’altra parte dal decreto stesso, forse perché varato in modo affrettato, non si evidenzia tale esigenza: perché mai attuare una selezione basata su un discriminante puramente quantitativa? Forse cosa più corretta sarebbe stata quella di tener conto della quotazione in borsa come manifestazione concreta di uno "status" diverso da quello originario, anche se andrebbero ricordate tutte le discussioni che accompagnarono in Italia la diffusione delle banche popolari (e dei cattolici "piccoli crediti") da parte di Francesco Viganò, Vincenzo Boldrini, Cesare Alvisi, Tiziano Zalli e Luigi Luzzatti. Il prevalere della visione luzzattiana diede vita ad un credito popolare ben distante dagli originali tedeschi di  Hermann Schulze  o di Ferdinand Lassalle, in quanto cooperative, ma anche "anonime". Un’elasticità, quella voluta dal grande economista (e grande statista) che nella sua mente avrebbe consentito a queste imprese di servire meglio l’evoluzione in atto dell’economia del Paese pur mantenendosi dentro l’alveo della Banca Popolare.Naturalmente seppur molto più complessa (ma ancora fattibile) sarebbe stato quello di analizzare concretamente il comportamento delle banche popolari cooperative: saggiarne ad esempio l’effettivo legame con il territorio (sia sul versante della raccolta che su quello dell’impiego della provvista) e l’adozione di strumenti concreti atti a valorizzarlo, l’effettiva partecipazione dei soci alla governance, la pratica costante (anche se in misura variabile) del mutualismo, la democraticità della gestione, la promozione della crescita anche culturale del territorio ove operano. Tutti elementi questi che sono alla base del cooperativismo, che ne costituiscono principi irrinunciabili e che, come tali, vanno ad ogni costo salvaguardati. Ciò anche con l’utilizzo del voto capitario che, fino a prova contraria, costituisce (se correttamente utilizzato) un importante elemento di democrazia economica e che è molto più efficace dei tanti bizantinismi atti a mantenere l’italianità delle imprese o ad evitare derive oligopolistiche di cui si sente parlare. A meno che non si preferisca una economia condizionata prevalentemente dalla silenziosa efficienza della speculazione internazionale.
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