venerdì 13 marzo 2015
Il decreto passa al Senato con la sola novità del tetto anti-scalata. Inascoltata la dura protesta di Assopopolari, mentre permangono forti dubbi di incostituzionalità.
La ferita di una riforma sbagliata di Marco Girardo
Nonostante le contrarietà e l’acceso dibattito che ha suscitato, il decreto che riforma le banche popolari prosegue speditamente la sua navigazione in Parlamento. Ieri la Camera ha licenziato il testo con 290 voti a favore, 149 contrari e 7 astenuti. La palla passa ora al Senato che, presumibilmente, dovrebbe sbrigare la pratica senza colpi di scena.  Quel che il governo voleva concedere infatti lo ha già concesso alla Camera, dove è stata introdotta una clausola anti-scalata temporanea, che fissa al 5% il tetto ai diritti di voto nelle assemblee per i primi due anni. Un 'paletto' anti-raider durante la fase transitoria che porterà i dieci maggiori istituti a trasformarsi in società per azioni, diventando così più contendibili sul mercato. Le opposizioni contestano però il decreto e restano sul piede di guerra. Ieri il M5S ha chiesto l’apertura di un’indagine parlamentare conoscitiva sulla riforma, contestandone la costituzionalità. Una proposta giudicata «utile» dal presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, della minoranza del Pd, che lo aveva già proposto durante l’esame in commissione. L’obbligo di passare dalla forma cooperativa alla Spa per gli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi resta il punto centrale del provvedimento, rimasto immutato dopo l’esame della Camera. La nuova governance manda in soffitta il voto capitario (una testa un voto, a prescindere dal numero di azioni) e di conseguenza il sistema di interessi e rappresentanze, anche territoriali, che hanno sin qui regolato il sistema delle popolari. Si tratta di una rivoluzione contestata da Assopopolari, l’associazione che rappresenta il comparto, e che nei giorni scorsi in un’audizione alla Camera ha ribadito il suo giudizio critico sul decreto nel quale, è stato sottolineato, «permangono evidenti elementi di incostituzionalità». Tra questi, la stessa scelta di legiferare con un decreto in mancanza di motivi di urgenza, così come la fissazione a soli 8 miliardi della soglia oltre la quale diventa obbligatoria la Spa. «Una originalità italiana», è stato detto, dal momento che in Europa la Bce ha fissato il limite dei 30 miliardi per la vigilanza unica. Un vincolo dimensionale che peraltro non hanno le altre aziende cooperative italiane, ad esempio quelle della grande distribuzione o delle costruzioni. Ieri intanto il primo sì al provvedimento ha avuto immediate ricadute in Borsa, con la crescita dei titoli delle maggiori popolari, candidate a un processo di aggregazione.  Del decreto fanno parte anche misure su credito e conti correnti. Nel passaggio parlamentare le norme sono state riscritte, recependo per intero la direttiva Ue in materia. I conti bancari andranno trasferiti senza costi per i clienti entro 12 giorni lavorativi, pena multe salate, che vanno da 5mila a 64mila euro per dirigenti e dipendenti delle banche inadempienti. Le norme sono valide anche per spostare conti titoli. Gli istituti hanno tre mesi per adeguarsi.
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