mercoledì 18 febbraio 2015
L’auspicio è nella sintesi conclusiva: «Il governo è fortemente determinato, ma il dibattito non è chiuso, anzi si apre oggi». Così Pier Paolo Baretta, il sottosegretario dell’Economia che seguirà in Parlamento il delicato dossier del decreto che impone la trasformazione in Spa entro 18 mesi delle 10 maggiori banche popolari, ha concluso le tre ore d’intenso dibattito promosso dall’"anima critica" del Pd, Stefano Fassina, che ha radunato gran parte del fronte avverso alla riforma. La prossima settimana il decreto entrerà nel vivo nelle commissioni della Camera, dove in pratica si concentrerà il grosso dell’esame dei 9 articoli del testo. Al Senato il tempo sarà limitato (la scadenza è il 24 marzo).Il lavorìo per le modifiche, dunque, si concentrerà tutto a Montecitorio. Dove, a percepire l’umore, la strada sembra segnata (in negativo) per il voto capitario, mentre restano buone le chances per le altre modifiche delle quali si è già parlato (tetto ai diritti di voto, voto plurimo, limite ai mandati per i manager, ecc.). Tirando le somme Baretta ha voluto far chiarezza su due punti: «Non è utile se prevale la visione massimalista che si vuole smontare un modello», ha precisato il sottosegretario prima di aggiungere che «l’obiettivo» fissato «non è quello di rendere più contendibili da banche estere» gli istituti in questione, anche se il tema della loro scalabilità «è serio e merita una riflessione». Quanto a un altro punto discusso (gli 8 miliardi di euro di attivi, al di sopra del quale scatta l’obbligo), Baretta ha detto che presenta i limiti di ogni soglia ma che, in ogni caso, il governo «non sta teorizzando il gigantismo delle banche, d’altronde la stessa banca può decidere il da farsi: trasformarsi in Spa o restare più piccola per mantenere la struttura originaria».Nonostante la disponibilità al dialogo, insomma, la linea di frattura fra i due schieramenti sembra restare netta. Anche sull’altra motivazione iper-criticata: che cioè queste popolari, messe in condizione di adeguare più facilmente il capitale, possano anche erogare più credito alle imprese. Una tesi fortemente contestata da Francesco Boccia: «Trovo imbarazzante il ministro Padoan quando fa questo ragionamento, è assolutamente incoerente», ha affermato il presidente della commissione Bilancio della Camera. Dopo aver sostenuto che dietro questo intervento «ci sono più i regolatori, Ue e non solo, che la politica», Boccia ha lamentato che «i soldi oggi ci sono, ma non arrivano lì dove servono: ora che la Bce comprerà i titoli di Stato, dovremmo poter liberare le banche e dire loro di fare più credito senza preoccuparsi troppo di avere problemi coi requisiti patrimoniali».I timori sono comunque a ogni livello. A dar loro voce è stato Gianni Bottalico: per il presidente delle Acli il limite maggiore è che «si vuole limitare la capacità delle comunità di auto-organizzarsi e di dotarsi di strumenti sostenibili». Un no al decreto è venuto dalla Cgil e dal sindacato autonomo Fabi, che temono la perdita di altri 20mila posti di lavoro. Anche per Fassina «il punto fondamentale» deve essere «salvaguardare il rapporto con il territorio», pur fra «le contraddizioni» che ci sono state negli ultimi anni. Per il deputato Pd «il voto capitario di per sé non è la causa dei problemi, bisogna stare attenti a fare una norma che elimini una specificità tipica delle popolari». Un carattere più volte richiamato nell’ampia relazione dell’economista Leonardo Becchetti, docente a Tor Vergata, che ha elencato ben «12 errori del decreto». A partire dalle considerazioni che «la crisi finanziaria globale è stata soprattutto una crisi di grandi banche Spa, eppure nessuno ha pensato di abolirle o rivederle», e che «noi attacchiamo un sistema che altri hanno fortemente difeso», come la Germania. E come esempio in positivo Becchetti ha portato il caso di Desjardins, gruppo bancario canadese con un attivo di 223 miliardi (di dollari canadesi) e 5,6 milioni di soci: per l’agenzia Bloomberg è «la prima banca più solida del Nord America» ed eroga «un milione al giorno in borse di studio e donazioni». Quante banche Spa lo fanno?
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