Il Papa a Lampedusa: i migranti morti in mare per decisioni prese o mancate. L’Europa? Vari un piano di soccorsi
di Giacomo Gambassi, inviato a Lampedusa
La visita di Leone XIV nell’isola degli sbarchi. Il Pontefice varca la Porta d’Europa: «Da qui si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge al continente». La preghiera davanti alle tombe di chi è morto in un naufragio. La denuncia dell’indifferenza

Il vento del mare strapazza la talare bianca. Nell’ultimo lembo di Lampedusa che guarda verso l’Africa, Leone XIV si arrampica fra gli scogli. Gesto inaspettato che stupisce. Una folata gli porta via lo zucchetto che sarà recuperato poco dopo. Con un’espressione del volto premurosa, il Papa si ferma a scrutare il Mediterraneo sopra una delle postazioni di vedetta che dice di un’isola roccaforte. Immagine del passato: oggi è una terra aperta, un’ancora di salvezza per chi affronta il mare pur di fuggire da guerre, miseria, persecuzioni. Le bandiere dell’Italia e dell’Europa sventolano sulla casamatta dove il Papa sceglie di restare da solo e in raccoglimento. Un grido muto, il suo, di fronte al mare della speranza e della disperazione, della rinascita e della tragedia. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate», denuncerà con un monito alla politica nella Messa che conclude la sua visita a Lampedusa.

Nuova tappa del suo pellegrinaggio lungo le rotte dei migranti, dopo quella di giugno alle Canarie, approdo della tratta atlantica. Quattro ore nell’isola più vicina al Nord Africa che alla Sicilia, dove il primo Pontefice statunitense trascorre il giorno dei 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana. «Oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia», spiega agli abitanti che eleva a simbolo del «miracolo della compassione», come lo definisce. L’opposto di «chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere», avverte. E aggiunge: «Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi la fretta di “passare oltre”».

Riferimento al sacerdote e al levita della parabola del Buon Samaritano che lasciano sulla strada il ferito fragile. Il brano viene letto nel campo sportivo di Lampedusa dove Leone XIV presiede l’Eucaristia davanti a quattromila fedeli. Pellegrini giunti in parte dalla Sicilia con i traghetti e toccati anche dalla casula bianca che il Papa indossa, su cui le Pie Discepole del Divin Maestro di Roma hanno disegnato le onde del mare e alcune croci, «brillanti come stelle», in ricordo dei migranti morti. «Purtroppo - osserva il Pontefice - in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così - persino davanti alla sofferenza e alla morte - la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti».

Leone XIV ha attraversato poco prima la Porta d’Europa: varco che racconta l’ingresso dei migranti nel continente ma anche memoriale di chi è rimasto ucciso in una traversata. Il Papa poggia la mano sullo stipite del monumento affacciato sul mare. Nello sfondo la nave San Giusto della Marina militare e le motovedette della Guardia costiera e delle Guardia di finanza che il Pontefice saluta. Ad accompagnarlo due bambini che lui tiene per mano e che, con le loro famiglie, portano su di sé il dramma dei barconi e il conforto dell’accoglienza che si fa riscatto. Durante la Messa il Papa chiama in causa il continente. «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto - come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace - l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado - in quest’area - di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona». Richiesta di un cambio di rotta agli Stati. E invito a una svolta che è «compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa», chiarisce.

Il Papa si rivolge a quella parte della comunità ecclesiale che preferisce i muri ai ponti. «È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza». Risposta anche al movimento dei lefebvriani che si scaglia contro ogni confronto ridotto a contaminazione. «Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino». Inoltre tiene a precisare: «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».

Lampedusa è un’isola che interroga e che, come sottolinea il sindaco Filippo Mannino, «ha imparato a guardare il mare non solo come confine, ma come chiamata». Non è un caso che la visita del Papa inizi davanti alle tombe dei “dimenticati” dei naufragi. «Qui - spiega nell’omelia - avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità». E dai migranti arriva una lezione, sostiene Leone XIV. «Loro stessi non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico». Del resto, afferma nella Messa, tutti coloro che entrano nella «dinamica di compassione, di misericordia» iniziano «a vivere diversamente, a essere cittadini diversamente, a lavorare diversamente». Pionieri della «civiltà dell’amore» prospettata da Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II che il Papa cita e che definisce «giganti» sulle cui spalle «siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore». Poi richiama la sua enciclica Magnifica humanitas per evidenziare che «nessuno è senza responsabilità» e ognuno «è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)».

Il Papa è ben consapevole che l’isola abbia «una vocazione turistica che purtroppo può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici». Guai, però, ad «innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la carità» del territorio. Perché «c’è autentico riposo dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna». Un’economia, è la consegna finale, in cui «la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca».
Dalla preghiera sulle tombe dei migranti al “molo papa Francesco”: i gesti e le carezze di Leone XIV a Lampedusa
Non ci sono lapidi, soltanto croci. Croci piccole e basse, tutte in legno, realizzate con ciò che è rimasto delle carrette del mare. Leone XIV si ferma sul terreno brullo in cui sono stati sepolti i “dimenticati” delle traversate del Mediterraneo: donne, uomini e bambini morti fra le acque, durante i loro viaggi della speranza che uniscono il Nord Africa e l’Italia. Non hanno una tomba. A coprire i corpi la terra che hanno raggiunto solo quando i soccorritori li hanno ripescati in mare. Come Yusuf Ali Kanneh, il bambino di sei mesi originario della Guinea, strappato dalle braccia della madre diciassettenne in un naufragio del 2020. Il Papa si inginocchia per deporre una corona di rose bianche e gialle in memoria di tutte le vittime delle tragedie migratorie. Poi la preghiera silenziosa nel cimitero di Lampedusa da cui inizia la sua mattina nell’isola.

Una visita che giunge a distanza di tredici anni da quella di papa Francesco, primo “viaggio” del suo pontificato. Lo spirito è identico: dare voce a chi non ha voce, scuotere le coscienze, scalfire i muri dell’indifferenza, richiamare la Chiesa e la società, chiedere un supplemento d’anima alla politica e agli Stati. Diversi sono i gesti. A cominciare da quello della corona di fiori. Papa Bergoglio l’aveva gettata in mare da una motovedetta della Guardia costiera. Leone XIV la lascia nel cimitero dove mai un Papa era entrato e la colloca fra le salme in cui i fiori sono rarità.

Una carezza. Com’è quella che il Pontefice riserva ai due bambini che gli danno il benvenuto, con le loro famiglie, alla Porta d’Europa, il monumento dell’artista Mimmo Paladino che è diventato uno dei simboli dell’isola e che, con le ciotole o i cappelli incastonati nei blocchi di ceramica e ferro zincato, riassume la vocazione di Lampedusa ad accogliere chi sfida il mare in cerca di una vita migliore. Primo Papa che la varca e che decide di avere con sé i piccoli arrivati dall’altra sponda del Mediterraneo. Scelta che si fa richiamo. «Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore», spiegherà rispondendo al saluto del sindaco.

Poi la sosta al molo Favaloro, la banchina della salvezza e della tragedia: quella dove approda chi viene soccorso in mare e quella dove giungono i corpi recuperati in acqua. L’ultimo sbarco qualche ora prima dell’arrivo di Leone XIV. Sono le dieci di venerdì sera quando toccano terra diciassette migranti, fra cui tre minori, che la Guardia costiera ha raggiunto su un barchino alla deriva a cento miglia da Lampedusa. Il Papa sosta all’imbocco del molo che da ieri ha un nuovo nome: molo papa Francesco. Leone XIV benedice la targa incastonata su una roccia che dedica il pontile al Pontefice argentino e che lo definisce «luogo di approdo, speranza e umanità». «Il fatto che abbiate voluto intitolare il molo Favaloro a papa Francesco - dirà prima della Messa finale - è segno del legame che il mio predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti». Nell’omelia Leone XIV elogerà chi salva e accoglie: «Tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme. Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato».

Ad attenderlo sul pontile diciassette ospiti dell’hotspot di Lampedusa, la struttura di identificazione dove viene trasferito chi arriva. Loro sono originari del Sud Sudan, dell’Eritrea, della Somalia, dello Yemen, raccontano gli operatori della Croce Rossa e dell’Unhcr che li accompagnano. E danno un volto agli oltre ottomila migranti transitati dal centro dall’inizio dell’anno. Leone XIV li saluta uno a uno, prima di raggiungere il campo sportivo dove presiede l’Eucaristia. Fra le prime file il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il presidente della Sicilia, Renato Schifani, il cantante Claudio Baglioni, “amico” di Lampedusa. «A nome delle innumerevoli vittime di questo mare, delle loro famiglie e delle loro comunità - è il congedo al Papa dell’arcivescovo di Agrigento, Alessandro Damiano -, grazie per l’atto di pietà che è venuto a compiere. E a nome di chi è riuscito ad arrivare e sta provando a ricominciare, grazie per la prossimità che ha dimostrato e incoraggiato».
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