martedì 28 febbraio 2012
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​Fare pagare l’Imu alle scuole paritarie sarebbe stato «un regalo al vecchio impianto statalistico che, sempre più carente in equità ed esiti, blocca la competitività del sistema». Per Giacomo Zagardo, ricercatore dell’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori), senza la correzione di rotta di ieri, l’intero sistema scolastico italiano avrebbe compiuto un grosso «passo indietro». Esperto dei sistemi d’istruzione europei, su cui ha recentemente pubblicato “La punta di diamante”, volume che analizza tre Stati (Francia, Finlandia e Regno Unito), dove la parità scolastica è una realtà consolidata da tempo e i risultati degli studenti sono tra i migliori secondo le classifiche Ocse-Pisa, Zagardo osserva che l’Italia è rimasta «tra gli ultimi a gravare ancora pesantemente sul diritto di scelta dei cittadini, in ossequio al principio settecentesco che solo lo Stato può propriamente gestire le scuole nell’ambito del circuito pubblico».Cosa avviene, invece, negli altri Paesi europei?Proprio l’esperienza di altri Paesi ci suggerisce che allargare la libertà di scelta (anche economicamente) della scuola è una via alta per migliorare la competizione creando, a regime, risparmi da reinvestire nel miglioramento della scuola statale. In che misura questi Stati sostengono la scuola non statale?Secondo “Education at a glance 2011” (“Educazione in uno sguardo”, ndr), ormai tre Paesi Ocse su quattro coprono più del 50% dei finanziamenti della scuola paritaria della società civile (“governative dependent private schools”). Sappiamo anche che tali finanziamenti vanno dall’80% al 100% tra i Paesi del Nord Europa più performanti sotto il profilo Pisa (Svezia, Finlandia, Danimarca, Norvegia, Olanda e, più recentemente, Inghilterra).Come si parla dell’Italia in questo rapporto?Non solo si tace di questo disallineamento internazionale ma anche si vorrebbe far intendere che «le famiglie italiane possono usufruire di detrazioni fiscali delle rette scolastiche, in modo da sostenere più agevolmente i costi dell’insegnamento privato”. Non credo siano necessari ulteriori commenti.Quale Paese potrebbe essere preso ad esempio dall’Italia?Sotto il profilo di un allargamento del concetto di istruzione “pubblica”, negli ultimi due decenni, il mondo scandinavo è stato un interessante laboratorio di innovazione. Già vent’anni fa in Svezia è stata introdotta la “rivoluzione della scelta”, con un programma di voucher che consentiva alle scuole libere (friskolor) di ricevere finanziamenti dalle autorità locali. Anche queste scuole fanno parte del sistema scolastico pubblico e, pertanto, ne condividono i fondi con similari criteri di ripartizione. Il loro costo pro capite a livello di istruzione obbligatoria comporta un risparmio per la collettività di almeno il 7% rispetto alle scuole municipali.Quali risultati sono stati ottenuti sotto il profilo dell’apprendimento scolastico?Il sistema dei voucher ha prodotto buoni risultati, in parte nel recupero degli studenti che frequentavano senza successo alcune scuole governative carenti, ma soprattutto nel riaccendere una disposizione al miglioramento nella scuola pubblica. Le novità adottate nel settore privato hanno indotto le scuole statali ad innovare a loro volta. Si potrebbe in questo caso parlare di un circolo virtuoso.Questo ha permesso di ampliare il bacino d’accesso alle scuole non governative?Il sistema dei voucher ha reso più democratico l’accesso alle scuole. La liberalizzazione del sistema scolastico, dunque, non accresce il fenomeno della ghettizzazione, che non può essere risolto restringendo la scelta dei genitori ma, piuttosto chiudendo le scuole scadenti.
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