lunedì 15 gennaio 2018
Lo scrittore parla della visita del Papa nel suo Paese: abbiamo bisogno di una scossa di trascendenza. «E ora che è venuto, non vada più via»
Antonio Skarmeta (Lapresse)

Antonio Skarmeta (Lapresse) - LaPresse

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“Il mio Postino prenderebbe il Papa per mano e lo porterebbe immediatamente all’osteria di Isla Negra, il paesino sul mare dove Pablo Neruda amava risiedere. Là gli presenterebbe la sua amata Beatriz. E dato che il mio Postino è un uomo spontaneo, non mi meraviglierei se gli chiedesse: “Vuole essere Lei a sposarci?””.

Il Postino Mario – protagonista di uno dei più emblematici romanzi di Antonio Skármeta “Ardiente paciencia- El cartero di Neruda” (pubblicato in Italia da Einaudi) – è associato in modo indelebile nella memoria degli italiani al magistrale film di Massimo Troisi. L’ultimo dell’attore-regista napoletano che, già malato, si è gettato cuore e corpo nel personaggio, regalando al pubblico una toccante interpretazione. La versione cinematografica, però, “italianizza” i luoghi, raccontando l’esilio nella Penisola del poeta e futuro Nobel, Pablo Neruda. La versione originaria, invece, si svolge in Cile. In quella Isla Negra che – nell’immaginazione del suo creatore -, il Postino vorrebbe mostrare a papa Francesco.

La “licenza letteraria” – per cui Skármeta è noto e per cui spesso utilizza proprio il suo Postino Mario – rivela la profonda commozione dello scrittore, considerato tra i più emblematici dell’America Latina attuale, per l’arrivo del Pontefice. Un sentimento, ritiene, condiviso dai connazionali perché “qui sono cristiani perfino gli atei”. “Che Bergoglio venga in Cile, Paese separato dagli altri dalla sua affilata geografia è una benedizione che renderà più vigorose la fede e le speranza del nostro popolo”, dice ad Avvenire l’autore che, in recente lettera aperta, ha designato Gesù figura più rappresentativa degli ultimi due millenni.

Perché questa scelta?

Niente è più commovente e convincente di un Dio che si fa uomo e soffre insieme a lui.

Torniamo al Papa. Che cosa la colpisce tanto del Pontefice?

Papa Francesco è una persona che emana calore, vicinanza. Mi piace il nome che ha scelto, ispirato a San Francesco d’Assisi, il quale disse: “Mi accontento di poco e di molto poco di quel poco”. Sento una profonda sintonia con il Pontefice quando esorta a vivere la gioia nelle cose “minime” della quotidianità. Dio è tanto intenso nell’infinitamente grande quanto nell’infinitamente piccolo.

Come definirebbe, in una frase, il Cile attuale?

Un Paese in cui la gente non deve più andare via. Al contrario, arriva.

Quali sono le sfide della nazione?

L’ultima volta che un Papa è venuto a trovarci, nel Paese c’era una dittatura militare. All’epoca, la Chiesa ha fatto molto per difendere e aiutare le vittime e i perseguitati del regime. Ora, fortunatamente, viviamo in una democrazia: a volte governa il centro-destra, altre il centro-sinistra. La diseguaglianza fra ricchi e poveri è, però, ancora grande e la “giustizia sociale” lenta.

Crede che il messaggio di Begoglio sia importante per i cileni?

Molto. Abbiamo necessità di una “scossa di trascendenza”. A volte, intrappolati dalle banalità, perdiamo la dimensione dell’infinito.

Spesso il Pontefice, durante i viaggi, ama citare alcuni autori emblematici della terra in cui si trova. C’è qualcuno, in particolare, a cui le piacerebbe si riferisse?

Quando il Postino dice a Neruda che vuole essere un poeta, quest’ultimo gli risponde: “Beh, in Cile tutti sono poeti. E’ meglio che continui a fare il postino: almeno cammini tanto e non ingrassi”. Il Papa ha, dunque, l’imbarazzo della scelta. E per chiunque opti andrà comunque bene.

Che cosa vorrebbe dire a Francesco?

Ora che è venuto, per favore, non se ne vada!

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