sabato 28 maggio 2016
​Lunedì i funerali del cardinale Loris Capovilla. Il nipote Gianfranco Vecchiato ne traccia un ritratto  quanto mai vivo. Uomo di fede e speranza, testimone di una grande stagione della Chiesa.
«Uno zio rimasto giovane, capace di stupire»
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I brevi ma puntuali dialoghi telefonici realizzati in stretto dialetto veneziano o ancora le tante lettere di affetto quando era un giovane studente delle medie per sapere come andava a scuola o i tanti “retroscena” raccontati in stile agiografico e confidenziale quasi “domestico” sul Vaticano II o sul suo papa Giovanni XXIII considerato da lui quasi come un «padre».... È emozionato il nipote del cardinale Loris Francesco Capovilla l’architetto Gianfranco Vecchiato, classe 1948, nel rievocare le gesta ma anche «l’affetto semplice» dell’illustre zio verso la sua famiglia di origine. «Assieme a mia sorella Maria – rivela – rappresentiamo la sua famiglia, il suo legame di sangue con Venezia essendo io il figlio della sua unica sorella Lia, prematuramente morta nel 1980. Ogni tanto si dimentica che lo zio Loris aveva perso suo padre a sette anni. Io credo che in Roncalli il Papa a cui è stato a fianco tra Venezia e Roma, in qualche modo, abbia trovato un padre da amare. E forse anche in questo si comprende la simbiosi tra i due». L’architetto Vecchiato  ricorda del suo famoso parente «la grande permura ma anche riserbo, dato anche il suo ruolo di segretario di un Pontefice...» con cui si confrontava con la sua famiglia d’origine.  «Pensi che nell’ottobre del 1958 scriveva a sua madre – rievoca – che avrebbe accompagnato il patriarca Roncalli in Conclave ma che entro fine mese sarebbe tornato a casa e di “non preoccuparsi”. E invece da quella data cambiò la sua vita: divenne per tutti e non solo per noi familiari un testimone ardente di una stagione irripetibile della Chiesa del Novecento ma lui riuscì a mantenere con noi la stessa serenità e semplicità di sempre». Tante sono le istantanee che tornano alla mente di Vecchiato (tra l’altro già assessore all’Urbanistica con l’ultima giunta Cacciari a Venezia tra il 2005 e il 2010) attorno agli aneddoti o piccole storie di vita quotidiane raccontate dallo «zio Loris». «Ci teneva molto a raccontarci, per esempio, di come si prodigò nel settembre del 1943 a salvare a Parma da sicura deportazione tanti soldati italiani o ancora a spiegarmi come avvenne in realtà l’incontro nel 1963 tra Giovanni XXIII e Rada, figlia del capo sovietico Nikita Kruscev, in Vaticano o la dinamica della crisi dei missili a Cuba. Ritornava spesso su questi fatti e ogni volta estraeva delle piccole perle inedite... Quello che mi ha sempre sorpreso in lui è stata la sua capacità di non farsi mai travolgere dalle avversità della vita e dal male presente nel mondo. Di queste sue virtù rimaneva molto impressionata ed edificata la sua mamma,  mia nonna Irma Letizia. Uno stile da “inguaribile ottimista” che ha mantenuto fino agli ultimi giorni della sua vita. Mi diceva spesso “dopo aver incontrato uomini come papa Giovanni o La Pira non posso essere pessimista ma continuo ad essere come loro un uomo di speranza verso il mondo nonostante tutto...”. Colpiva il suo spirito sempre giovane e la sua incrollabile freschezza interiore». Un modello quello di «don Loris» difficile da tramandare e soprattutto da imitare, secondo il nipote, per la sua indole di uomo autentico ermeneuta del “messaggio evangelico” di Giovanni XXIII . «Era per me un uomo eccezionale – è la confidenza – perché nonostante la sua veneranda età non aveva paura del futuro e della modernità. Mi ripeteva spesso questa frase il “Tantum aurora est”: cioé che siamo agli inizi della vita cristiana e che – citando papa Roncalli – “non è il Vangelo che cambia ma siamo noi che riusciamo a comprenderlo meglio”». E rivela un particolare: «Ha visto con l’elezione di papa Francesco un prolungamento dello stile pastorale e conciliare indicato da Giovanni XXIII. Ha intravisto in entrambi la comune visione di una Chiesa che dialoga con il mondo». Un lascito confermato anche dalla semplicità dei suoi funerali. «Ho trovato bellissimo e coerente con la sua vita volere un rito semplice ma anche quello di chiedere di essere seppellito nella nuda terra nel piccolo cimitero di Fontanella, non distante da Sotto il Monte, accanto al suo amico di sempre il poeta, il servo di Maria, padre David Maria Turoldo con cui amava confrontarsi sull’essenza del cristanesimo ».
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