mercoledì 7 ottobre 2015
Adesso che anche il lavoro dei cosiddetti "circoli minori", i gruppi linguistici formati da una trentina di padri sinodali,  è ormai entrato nel vivo, si comincia a delineare con chiarezza il profilo di questo Sinodo. Forte: il contributo di tutti per il bene comune (Luciano Moia)
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«Uno sguardo attento alla vita quotidiana degli uomini e delle donne di oggi mostra immediatamente il bisogno che c'è ovunque di una robusta iniezione di spirito famigliare. Infatti, lo stile dei rapporti – civili, economici, giuridici, professionali, di cittadinanza – appare molto razionale, formale, organizzato, ma anche molto "disidratato", arido, anonimo. Diventa a volte insopportabile. Pur volendo essere inclusivo nelle sue forme, nella realtà abbandona alla solitudine e allo scarto un numero sempre maggiore di persone». L’ha detto il Papa nella consueta udienza generale del mercoledì, aggiungendo che «la famiglia introduce al bisogno dei legami di fedeltà, sincerità, fiducia, cooperazione, rispetto; incoraggia a progettare un mondo abitabile e a credere nei rapporti di fiducia, anche in condizioni difficili; insegna ad onorare la parola data, il rispetto delle singole persone, la condivisione dei limiti personali e altrui». Una riflessione che parla direttamente al tema del dibattito sinodale. E adesso che anche il lavoro dei cosiddetti "circoli minori" - i gruppi linguistici formati da una trentina di padri sinodali - è ormai entrato nel vivo, si comincia a delineare con chiarezza il profilo di questo Sinodo. Un avvenimento ecclesiale che ha due grandi punti di riferimento. Alle spalle il Vaticano II. Davanti l'anno giubilare della misericordia. Un avvenimento cioè che si nutre innanzi tutto di accoglienza, fraternità e speranza. Che, tradotto nelle parole di papa Francesco, vuol dire: «Abbattere muri e costruire ponti». L'hanno ribadito in modo esplicito, pur con diversità di accenti, i padri sinodali durante la conferenza stampa di stampa di stamattina e l'ha spiegato con maggiori dettagli anche il segretario speciale del Sinodo, l'arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte: «Mi sembra che questo Sinodo in due tappe e con la fase intermedia che ha visto coinvolte fortemente anche le Chiese locali come quella preparatoria con il questionario, sia un esercizio molto alto di partecipazione della Chiesa». Per Forte, nel dibattito, «ciascuno porta il proprio contributo per il bene di tutti. È la Chiesa del Vaticano II che prende forma attraverso una struttura, quella del Sinodo, che è figlia dello spirito conciliare». Un profilo che appare con chiarezza ancora maggiore nel dibattito dei "circoli minori". «Una cosa - ha spiegato Forte - è un'assemblea di 270 padri più un centinaio tra uditori ed esperti; una cosa è un Circolo in cui una trentina di padri possono - con alcuni uditori ed esperti - condividere e riflettere insieme su alcuni punti». Una dinamica espressamente voluta da Francesco come «un esercizio effettivo di partecipazione favorita e incoraggiata», ha osservato ancora l'arcivescovo Forte. «In questo - ha concluso - c'è molta democrazia, nel senso che ogni Circolo sceglie un suo moderatore che ha il compito di dare la parola, coordinare il lavoro e un suo relatore, cioè qualcuno che faccia sintesi di tutte le idee emerse - possibilmente condividendole con tutto il gruppo - e poi le presenta in aula. Il lavoro dei Circoli viene effettivamente canalizzato verso una comunicazione a tutta l'Assemblea sinodale: questo è molto importante. Così il lavoro fatto in piccoli gruppi di fatto rifluisce nel lavoro collegiale di tutta l'Assemblea sinodale». Oggi il lavoro dei padri sinodali è stato interamente assorbito nei "circoli minori" perché non sono previste congregazioni generali. «Come ci ha chiesto il Papa, lavoriamo in totale libertà e ascoltiamo in totale umiltà», ha assicurato il presidente dei vescovi del Perù, Salvador Pineiro Garcia Calderon. Da parte sua il vescovo francese Laurent Ulrich, ha ricordato che il Pontefice ha chiesto ai padri sinodali di «essere attenti e salvaguardare la serenità. Noi lavoriamo a un progetto comune». Come in tutte le grandi assemblee ecclesiali c'è però anche ci scuote la testa. Come l'arcivescovo di Filadelfia Charles Chaput che durante la conferenza stamoa ha espresso preoccupazione «perchè l'Instrumentum Laboris non rappresenta la realtà delle chiese locali. Ha una visione troppo occidentale».
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