sabato 16 ottobre 2010
Il ruolo decisivo della Chiesa nel Sud si gioca su «un preciso intervento educativo». Lo ha detto Giuseppe Savagnone, intervenendo alla 46° Settimana Sociale in corso a Reggio Calabria. Altri temi toccati nella terza giornata: immigrazione (Olivero), legalità (Miglio). Conferenza stampa di Miano.
- Compito chiaro oltre lo spaesamento di Domenico Delle Foglie
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“Le denunzie della Chiesa sulla mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, sono da diversi anni molto nette”, a cominciare dalla famosa frase pronunciata da Giovanni Paolo II ad Agrigento, il 9 maggio 1993, fino alle recentissime parole di Benedetto XVI, che a Palermo ha definito la mafia “una strada di morte” e ne ha “solennemente dichiarato l’incompatibilità col Vangelo e la vita cristiana”. Ma le denuncie “non bastano”, perché “per sconfiggere la mafia c’è bisogno di un preciso intervento educativo”: “è su questo terreno che si gioca il ruolo decisivo della Chiesa nel Sud”. Lo ha detto Giuseppe Savagnone, direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, nella sua relazione alla Settimana Sociale, incentrata sul documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno”. “In mancanza di questo rinnovamento culturale, nessuna innovazione giuridica può risultare decisiva”, ha spiegato il relatore, secondo il quale “proprio a questo livello culturale la comunità cristiana sa di dover fare sempre più coerentemente la propria parte, traendo precisamente dal Vangelo – e non da un generico codice etico – l’ispirazione per un impegno sempre più pienamente umano”. Savagnone ha citato gli esempi di don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e Rosario Livatino, ma anche le “battaglie civili, condotte soprattutto dai giovani”, per sconfiggere la mafia.  “Resta, però – ha proseguito Savagnone – lo scandalo di un territorio su cui i cattolici hanno un capillare e profondo radicamento, più che al Nord”, e nel quale “le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia”. “Non si tratta di invocare un assistenzialismo che sarebbe fatale, ma di suscitare, partendo dalle potenzialità già presenti, nuove mentalità e nuovi stili di comportamento da parte della stessa gente del Sud”, ha osservato il relatore, secondo il quale “la società meridionale non ha bisogno di un ente assistenziale in più, o di un supporto alla lotta contro la mafia che venga in soccorso alle istituzioni politiche, esercitando una funzione di supplenza”. Non si tratta, perciò, “di assumere, come fanno alcuni presbiteri e laici, modelli profani di linguaggio” mutuati dalla “cultura laica, o più banalmente nei mass-media”. Si tratta di “imparare a dire le ragioni cristiane dell’impegno per la promozione umana e per un rifiuto radicale della mafia”. Perciò il Sud “non ha tanto bisogno di ‘preti anti-mafia’, quanto di presbiteri come don Pino Puglisi, che non lo fu mai, perché scelse di essere fino in fondo solo un sacerdote”, che “seppe magistralmente coniugare”, soprattutto con i giovani, evangelizzazione e promozione umana.  “La presenza costruttiva della Chiesa nel Meridione non è affidata solo ai documenti ufficiali e alle figure eccezionali dei suoi martiri, ma allo stile di vita delle comunità ecclesiali”. In questa prospettiva, per Savagnone, “le Chiese del Sud sono chiamate a dare il loro essenziale contributo, con la loro pastorale ordinaria, prima ancora che con singole denunzie”, mettendo mano ad “un grande progetto educativo” che “affronti alla radice, partendo dalla formazione delle persone, i problemi culturali”, attraverso “una profonda trasformazione della pastorale”, a partire da un nuovo protagonismo dei laici. “Troppe volte ancora – la denuncia di Savagnone – la nostra pastorale è affetta da una schizofrenia che da un lato neutralizza la valenza laica dei fedeli quando si trovano all’interno del tempio e assegna loro esclusivamente un ruolo di vice-preti, ignorando la loro dimensione professionale, familiare, politica; dall’altro, li abbandona, fuori delle mura del tempio, a una logica puramente secolaristica, per cui essi alimentano la loro cultura non attingendo al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa, ma ai grandi quotidiani laicisti e alla televisione”. Le denuncie della Chiesa, spesso “sono rimaste al piano nobile. C’è un piano terra, quello della pastorale ordinaria”, di cui bisogna maggiormente tener conto.  “Forse sorprende e spiazza – ha osservato Savagnone – il fatto che la Chiesa si occupi, oltre che dei problemi più strettamente connessi alla sfera etica, come sono quelli della biomedicina e della famiglia, in cui sarebbero ravvisabili in modo esclusivo i ‘valori non negoziabili’, anche di quelli relativi agli assetti sociali e politici”. Un “merito” del documento dei vescovi “Chiesa e Mezzogiorno” è “di aver sottolineato che alla Chiesa sta a cuore non soltanto la vita nel momento del suo concepimento o in quello terminale, ma anche ciò che sta tra questi due momenti estremi. Anche la solidarietà è un valore non negoziabile, come lo è la sorte di tutti i deboli e gli esclusi. È a questo titolo che la Chiesa si occupa della questione meridionale”. “Non si tratta – ha puntualizzato Savagnone – di invitare la comunità ecclesiale nazionale a occuparsi di una parte malata. Non è solo che bisogna curare lo sviluppo del Sud perché è indispensabile a quello dell’intera nazione: bisogna curare uno sviluppo più armonico dell’intera nazione: bisogna curare uno sviluppo più armonico dell’intera nazione, che comporta necessariamente lo sviluppo del Sud”. Per questo, ha concluso, “il problema del Sud si risolverà solo con un impegno di tutto il Paese, non per beneficenza, ma nella consapevolezza ce non c’è sviluppo per nessuno se non ce n’è per tutti”.  OLIVERO: IMMIGRAZIONE, NECESSARIA L'EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA“Cittadinanza” e “protagonismo”. Sono due parole-chiave nella riflessione dei delegati alla 46ª Settimana Sociale impegnati nel gruppo dedicato all’immigrazione. “Il tema della cittadinanza – spiega Andrea Olivero, presidente delle Acli, che ha guidato l’assemblea tematica su ‘Includere le nuove presenze’ – è fortemente condiviso, come l’attenzione ai figli degli stranieri nati in Italia. Si accompagna alla riflessione su come organizzare quella ‘seconda fase’ del fenomeno immigratorio ricordata anche dal messaggio del Papa, nel segno della legalità”. Per Olivero, la discussione dei delegati ha messo in luce “la necessità di realizzare un incontro vero tra culture e per questo l’importanza che gli stessi stranieri si sentano protagonisti, abbiano spazi per esserlo, anche all’interno della comunità ecclesiale. Allo scopo sono decisive le politiche formative da mettere in atto, così come deve trovare spazio un lavoro sulle tradizioni, di chi arriva e di chi accoglie”. “Linguaggio e comunicazione sono due ambiti chiave per affrontare la questione dell’accoglienza e della cittadinanza. E in particolare – ha detto ancora Olivero, riassumendo la discussione nel gruppo dedicato all’immigrazione – vale la pena di far conoscere e di mettere in evidenza le buone pratiche già esistenti, le buone e sperimentate modalità di integrazione”. Tra i temi sollevati dai delegati “non è mancato l’accenno al problema della criminalità che disturba i processi di inclusione, così come sono stati sollevati diversi temi tra cui la prostituzione e la tratta. Forte – ha aggiunto Olivero – è stata ribadita la necessità del contrasto alla mafia”. Tornando alla questione della cittadinanza, “si tratta – ha concluso Olivero – di un problema che interroga profondamente anche noi. Cosa vuol dire essere italiani? Ecco, rispondere a questa domanda ci costringe a riflettere”. MIANO: MOBILITA' NON A SCAPITO DELLE REGOLE“La mobilità sociale non deve andare a scapito delle regole di una cultura democratica”. È una delle richieste fatte presenti dai partecipanti all’area tematica su “slegare la mobilità sociale”, illustrate oggi ai giornalisti da Franco Miano, presidente dell’Azione Cattolica italiana, durante la seconda conferenza stampa della Settimana Sociale. “Uno dei fatti che sbloccano lo sviluppo è sicuramente la criminalità organizzata in tutte le sue forme”, è stato detto concordemente dai partecipanti, che hanno insistito su due verbi: “Slegare e rilegare”. “Far crescere la cultura della qualità e del merito”, ad esempio, “comporta rilegare la cultura della democrazia, della legalità, della giustizia”, così come “slegare il mercato” vuol dire “trovare forme per facilitare l’accesso al credito, favorire gli investimenti con modalità diverse di fiscalizzazione”, ma anche “investire di più sull’occupazione femminile, rinnovare il patto del lavoro”. “La grande capacità che la comunità cristiana può avere nel favorire la realizzazione di questi obiettivi – ha detto il presidente di Ac – è quella di accompagnare le persone, anche superando il dato locale”. MIGLIO: EDUCAZIONE ALLA LEGALITA'“Le Settimane Sociali non hanno un ruolo magisteriale e non sono organismi operativi, sono invece un’occasione d’incontro, di cultura, di confronto, di elaborazione d’idee per tutta la comunità cristiana e per la ricerca del bene comune”. Lo ha detto oggi in conferenza stampa a Reggio Calabria mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato delle Settimane Sociali. “Se uno scopo si può indicare – ha proseguito – esso consiste nel delineare dei punti di partenza e i fondamenti per una via del bene comune da declinare e non solo da declamare. L’agenda che è emersa dai lavori delle assemblee tematiche – ha proseguito – ha messo in luce alcuni aspetti importanti: che occorre da parte della comunità cristiana educare con energia e con forza, che esiste un valore di base costituito dalla concezione dell’uomo, che occorre porre la famiglia al centro dell’impegno e delle attenzioni anche sociali, che bisogna impegnarsi tutti per lo sviluppo. Soprattutto – ha aggiunto – che bisogna percorrere la via della legalità per dare occasioni di speranza anche a chi non ce l’ha”. Interpellato su cosa pensi la Chiesa del fisco e dell’evasione fiscale, mons. Miglio ha detto che “la Chiesa ha un compito educativo e che essere buoni cittadini fedeli e trasparenti è frutto di una buona educazione”.
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