sabato 11 luglio 2009
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L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI lancia mol­ti messaggi che ritengo va­dano accolti, soprattutto da parte di chi opera nell’articolato mondo del­la cooperazione allo sviluppo. Ov­viamente non ho la pretesa di forni­re un esauriente commento di un te­sto così impegnativo e così intrinse­camente legato all’opera pastorale della guida della Chiesa cattolica, ver­so la quale non posso che esprimere il più ossequioso rispetto. Mi limito pertanto a sottolineare due spunti di riflessione, strettamente legati all’o­perato dell’Organizzazione non go­vernativa che rappresento (Cisp-svi­luppo dei popoli). Il primo e a mio parere più impor­tante motivo di riflessione riguarda la necessità di adoperarsi affinché si sani la frattura tra economia ed etica. L’enciclica affronta questo tema sulla scia della dottrina sociale della Chiesa, ampiamente richiamata. Ac­canto al richiamo alla dottrina e in particolare alla Populorum progressio di papa Paolo VI, però, vi è anche l’e­videnziazione delle novità del nostro tempo, e in particolare, di quella rap­presentata dalla globalizzazione del­l’economia. Il messaggio dell’enciclica è chiaro e ampiamente condivisibile: il merca­to non ha in sé stesso la possibilità di assicurare che lo sviluppo economi­co si traduca in maggiore benessere per tutti. Servono regole, criteri e gui­de e, come anche papa Giovanni Pao­lo II ebbe a sottolineare, già dalla fi­ne della contrapposizione tra due blocchi sarebbe servito un nuovo pensiero sociale ed economico. An­che alcune «tradizionali» distinzioni, quale quella tra settore profit e setto­re no profit han­no oggi minore importanza che nel passato; as­sume invece sempre più ri­lievo il tema del­la finalità ultima dello sviluppo, anche economico. U­na società in cui non si produca pro­fitto non ha obiettivamente chanches di sviluppo, ma la domanda che giu­stamente l’enciclica pone è: a quale scopo produrre profitto? Solo ai fini dell’arricchimento di pochi o anche e soprattutto al fine di rafforzare l’in­clusione sociale, combattere la po­vertà, fare crescere il tessuto sociale e democratico di ogni società? Da qui nasce u­na seconda im­portante rifles­sione ispirata dalla lettura del­l’enciclica: come conciliare l’ap­parente insana­bile contraddizione tra il crescente bisogno di nuove e più solide regole, che non imbavaglino il mercato ma lo orientino verso fini sociali e di giu­stizia e la progressiva perdita di po­teri e possibilità di controllo degli Sta­ti nel contesto dell’economia globa­le? Qui ovviamente l’enciclica non in­dica un organico piano di azione, ma certamente traccia un percorso, al centro del quale vi è il rafforzamen­to della capacità di guida e di auto­revolezza degli organismi interna­zionali, corroso da eccessi burocrati­ci, scarsa trasparenza, eccessivi co­sti. Queste considerazioni sono a mio parere del tutto condivisibili e spero che il richiamo dell’enciclica venga accolto da tutti. Giustamente Bene­detto XVI richiama anche le Orga­nizzazioni non governative a tenere fede ai propri motivi ispiratori, raffor­zare la propria trasparenza, assicu­rare che le risorse raccolte siano de­stinate a combattere la povertà e non ad accrescere i propri costi operati­vi. Anche in questo caso non posso che esprimere una convinta adesio­ne al richiamo dell’enciclica. È ciò che l’enciclica non dice che dobbiamo tutti sforzarci di aggiun­gere: tradurre i richiami etici e le ri­flessioni in essa contenuti in criteri e regole per la cooperazione interna­zionale. C’è un grande bisogno di coerenza e valori forti, al cospetto del dramma della povertà estrema e del­la fame. Occorre richiamare le Orga­nizzazioni delle Nazioni Unite ad u­na maggiore sobrietà ed efficacia, senza le quali rischiano di apparire sempre meno credibili agli occhi stes­si delle popolazioni che intendono sostenere. Da parte nostra continue­remo ad impegnarci per assicurare che ogni singolo euro investito per combattere la povertà vada a buon fine, assieme a quanti, governi, isti­tuzioni, società civili, condivide lo stesso obiettivo.
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