venerdì 20 ottobre 2017
Tre «fidei donum» da novembre a Santiago. Don Borsani, oggi in Brasile, ha alle spalle anni di servizio in Africa e America Latina. Don Valagussa e don Pavan sono invece alla prima esperienza
Don Marco Pavan (a sinistra) e don Adriano Valagussa davanti alla cattedrale di Santiago de Cuba

Don Marco Pavan (a sinistra) e don Adriano Valagussa davanti alla cattedrale di Santiago de Cuba

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Cuba chiama, Milano risponde. Con generosità. A novembre tre sacerdoti ambrosiani si trasferiranno nell’arcidiocesi di Santiago de Cuba per prestarvi servizio come missionari fidei donum. Sabato 21 ottobre nella Veglia missionaria diocesana in programma alle 20.30 nel Duomo di Milano, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini consegna il mandato e il crocifisso ai partenti ambrosiani (diretta su Chiesa Tv – canale 195 e www.chiesadimilano.it; differita alle 23 su Radio Mater).

«Sono don Ezio Borsani, don Adriano Valagussa e don Marco Pavan – spiega il responsabile della Pastorale missionaria dell’arcidiocesi di Milano, don Antonio Novazzi –. Don Ezio, da anni in Brasile dopo essere stato in altre sedi, in Africa e in America Latina, ha 61 anni, è un prete dalla grande esperienza missionaria e farà da "capocordata". Don Adriano, 67 anni, e don Marco, 43, sono invece "novelli". Sono stati scelti fra la dozzina di nostri sacerdoti che hanno risposto all’appello del cardinale Angelo Scola il quale, il 4 novembre scorso in Duomo, in occasione del Giubileo presbiterale, diede voce alla richiesta d’aiuto dell’arcivescovo di Santiago de Cuba, Dionisio Guillermo García Ibáñez. Monsignor Dionisio ha chiesto fidei donum a Milano: li ha avuti. È vero: da noi il clero invecchia e le vocazioni calano, ma non abbiamo voluto dire no. L’esperienza insegna come i fidei donum siano una ricchezza sia per la diocesi che li riceve, sia per quella che li invia e poi riaccoglie – scandisce don Novazzi –. Quella di Cuba è una Chiesa piccola e povera di mezzi che "provoca" Milano a ripensare la qualità missionaria della sua pastorale. L’antica Chiesa di Milano, aiutando le Chiese sorelle del sud del mondo, torna a imparare cosa significano davvero evangelizzazione, missione e universalità».

Così arriva a Cuba una storia iniziata nello Zambia nel 1961

Con i tre fidei donum destinati a Cuba, Milano aggiunge una pagina nuova ad una storia iniziata nel 1961 nello Zambia, durante l’episcopato di Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, e che da allora ha visto l’avvio di missioni diocesane in Albania, Argentina, Burundi, Camerun, Colombia, Haiti, Messico, Niger, Perù, Turchia. E Brasile, dov’è è stato don Borsani e dov’è è stato in viaggio, accompagnato da don Novazzi, l’arcivescovo eletto di Milano, Mario Delpini, in visita ai fidei donum ambrosiani. Don Valagussa e don Pavan, intanto, proseguono il loro cammino di preparazione. Dal 7 settembre al 15 ottobre sono stati al Cum (Centro unitario missionario) di Verona. Dal 3 al 10 agosto sono stati invece a Cuba, accolti dall’arcivescovo di Santiago e da lui accompagnati per un primo contatto con la nuova realtà diocesana. Il primo "faccia a faccia" con García Ibáñez era stato però il 25 aprile, in Curia a Milano, col presule cubano già in Italia per la visita ad limina. «Monsignor Dionisio si era stupito che noi non ci conoscessimo e ci incontrassimo in quell’occasione per la prima volta», raccontano divertiti, ad una sola voce, i prossimi fidei donum, che sabato 21 ottobre riceveranno il mandato durante la veglia missionaria in Duomo.

Don Valagussa: «Andare in missione a 67 anni? Un dono di Dio»

«Ho 67 anni, sono prete da 40. Mai avrei pensato, a questa età, di andare a Cuba in missione. C’è chi mi dice: "Mi spiace che vai via". E chi mi dice: "Ammiro il tuo coraggio". Ma la cosa più bella, vera e sconvolgente, che non mi stanco di ripetere a tutti, è che non c’è alcun merito e alcun progetto mio, in tutto questo. È il Signore che mi ha fatto un dono straordinario, al quale ho cercato di resistere un po’, all’inizio. È come se la mia vocazione sacerdotale mi fosse restituita in una forma nuova. È grazia data a me perché possa sovrabbondare per tutti». Don Adriano Valagussa, amministratore parrocchiale a Cassago Brianza (provincia di Lecco, diocesi di Milano), racconta al cronista, accolto in canonica dopo la Messa del mattino, come e perché andrà fidei donum nei Caraibi.
«Era l’inizio del 2016 quando, ad un incontro di preti, il cardinale Scola ci disse che l’arcivescovo di Santiago de Cuba, Dionisio Guillermo García Ibáñez, chiedeva fidei donum per la sua diocesi. Lo ascoltai come un avviso fra altri, senza farci caso – ricorda don Adriano –. Il giorno che ha cambiato tutto è il 4 novembre scorso. In Duomo c’è il Giubileo diocesano del presbiterio. "Non ci vado", avevo deciso la sera prima. Ero stanco. Al mattino avevo la Messa in parrocchia, sarei arrivato tardi, mentre al pomeriggio dovevo iniziare le visite alle famiglie per Natale. All’ultimo momento cambio idea: vado. Hanno già iniziato. Faccio a tempo a confessarmi. E ad ascoltare il cardinale. Che prima parla del discepolo come missionario secondo l’Evangelii Gaudium. Poi rilancia la richiesta di monsignor Dionisio. Quelle parole sono state come una botta. Mi sono sentito un fuoco, dentro. E mi sono spaventato, sentendomi risuonare nella mente la domanda: "Perché non ci vai tu, Adriano?". Sono avanti con gli anni, non so la lingua, sto bene a Cassago, mi sono risposto. Ho resistito cinque giorni. Poi ho dato la mia disponibilità. L’allora vicario generale, monsignor Delpini, l’ha raccolta e mi ha detto: "Vai bene tu". Ora – dice il sacerdote – sto vivendo tutto questo con grande serenità. E nel segno della gratitudine. Verso la comunità di Cassago, anzitutto, che mi ha accolto otto anni fa; verso alcune famiglie e alcuni sacerdoti amici con cui ho camminato, nell’ambito di Cl, condividendo un’esperienza di preghiera e fraternità che mi ha salvato dal diventare un prete burocrate. Questa missione a Cuba non è una grazia solo per me, è un segno per tutti. Dice che il Vangelo non è una teoria e che Gesù chiama davvero, nel concreto della nostra vita. I ragazzi e i giovani, qui, ho l’impressione che ora mi guardino in modo diverso».
Cassago Brianza è la località che molti identificano col Cassiciaco in cui soggiornò sant’Agostino, preparandosi al battesimo. Don Adriano ci è rientrato da un paio di settimane, dopo essere stato ospite, con don Marco Pavan, dell’arcivescovo di Santiago per una prima "immersione" nella realtà locale. «Da novembre saremo là. "Guardate e ascoltate", ci ha consigliato monsignor Dionisio, "entrate con pazienza nel modo di vivere e di credere di questa gente". Sì, andiamo là senza fare piani né calcoli. È il Signore che fa la missione, non io!».

Don Pavan: «Saremo sacerdoti itineranti. E insegnerò cosmologia»

«Preparare questo trasloco è come mettere una vita in una valigia. Impari a scegliere l’essenziale. Gli oggetti che servono davvero. Le relazioni che contano davvero». Sorride, don Marco Pavan, mostrando l’alloggio occupato finora in oratorio, da vicario parrocchiale in San Domenico, a Legnano (Milano), che si va spogliando. È un bagaglio necessariamente leggero, quello del prete che va missionario a Cuba. Repubblica socialista. Figlia della Rivoluzione. Orfana di Fidel Castro. Dove dal 1992 non vige più l’ateismo di Stato. E dove, progressivamente, seppur con fatica, la libertà religiosa sembra farsi strada.
Lo attende l’arcidiocesi di Santiago de Cuba. «Io e don Adriano Valagussa saremo a Palma Soriano, comune di oltre 120mila abitanti a una cinquantina di chilometri da Santiago. A metà strada c’è il santuario nazionale di Nostra Signora della Carità del Cobre. Don Enzo Borsani sarà a Contramaestre ma avrà una stanza da noi, come appoggio e per fare un po’ di vita in comune», racconta don Marco. Dal 3 al 10 agosto lui e don Valagussa sono stati a Santiago dove l’arcivescovo García Ibáñez li ha introdotti alla nuova realtà. «I preti, là come in tutta Cuba, sono pochi e chiamati a farsi itineranti, per celebrare la Messa e confessare, nelle chiese e nelle cappelle sparse nel territorio come nelle case, presso le famiglie, dove le chiese non ci sono. Così è accaduto anche a noi, in quei giorni. Nella parrocchia Cristo Re di San Pedrito, quartiere di Santiago, ad esempio. Dov’eravamo presenti all’annuncio che le autorità avevano finalmente permesso la costruzione della chiesa. E la gente si è messa a fare festa. La pastorale ordinaria – riprende don Marco – si regge su catechisti e animatori laici, la cui formazione è una sfida decisiva. Com’è decisivo raccogliere l’invito di papa Francesco a essere Chiesa in uscita, che non sta ad aspettare la gente. Pochi preti, laici protagonisti: a Cuba sperimentiamo oggi quello che verosimilmente accadrà anche da noi, fra clero che invecchia e scarsità di vocazioni».
Anche per don Marco il 4 novembre 2016 è il giorno della «chiamata». Anche lui è in Duomo, al Giubileo del clero ambrosiano, quando il cardinale Scola chiede che qualcuno si offra per Santiago de Cuba. «Mi sembrava impossibile che l’appello dell’arcivescovo potesse restare senza risposta. Così, mentre sono in metropolitana per rientrare, mando subito un messaggio al suo segretario. Gli do la mia disponibilità, per Cuba come per qualsiasi altra necessità, fare il cappellano in carcere piuttosto che andare nella più disastrata delle nostre parrocchie». Disponibilità accolta. Don Marco, laureato in matematica, dovrà fare anche il docente: «Mi hanno chiesto di tenere un corso di cosmologia in Seminario». Pregare. Imparare lo spagnolo. Cercare l’essenziale. Il sacerdote 43enne si sta preparando alla sua nuova vita. «Il fidei donum dev’essere un dono per la diocesi che lo riceve e per quella che lo manda. Ma anzitutto è una grazia per me. Non parto per convertire il mondo ma per convertire me stesso. Educato dalla missione alla fedeltà al Vangelo. Così forse potrò toccare la vita degli altri».


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