lunedì 24 dicembre 2012
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Vive da venticinque anni sulla linea di confine in compa­gnia di cinquemila bambini e ragazzi. I cinquemila han­no un volto e un nome: Maura Massimino li porta nel cuore e nella mente. Ricorda il primo, ricorderà l’ultimo. Lei è la direttrice dell’Unità Pediatrica dell’Istituto nazionale tumori di Milano. La linea di confine è quella tra la vita e la morte. La cura, i progressi scientifici e tecnologici aiutano, ma la linea di confine resta inviolata e inviolabile. Non si possono creare bar­riere, non si può imprigionare la morte. La nostra umanità co­nosce tanti limiti e un’unica certezza: non sappiamo né il gior­no né l’ora eppure verrà il giorno e verrà l’ora in cui la nostra storia, piccola o grande, finirà. Certo noi crediamo che sia solo un passaggio. Che di là ci aspetta una vita nuova, senza ombre, dove la do­manda di bene, di vero e di bello avrà una rispo­sta piena. Ma sulla linea di confine quella do­manda diventa decisiva e spesso si fa grido, si fa pianto dirotto, si fa dub­bio. A partire dal dolore degli innocenti. Questo reparto ogni anno apre le porte a 250 piccoli pazienti, il sessan­ta per cento dalla Lombardia, il quaranta dal resto d’Italia e del mondo. Qui medici, infermieri, insegnanti, psicologi e volonta­ri vivono accanto ai ragazzi, spendendo la propria professiona­­lità, spandendo sorrisi, ma anche tante lacrime trattenute da­vanti ai piccoli pazienti e ai loro genitori per poi lasciarle scor­rere nella solitudine di una stanza. L’Unità di pediatria è al settimo piano dell’Istituto tumori. Mer­coledì 19 dicembre è un giorno speciale: la sera si festeggia in­sieme il Natale che viene. L’albero di Natale, il presepe con i per­sonaggi di stoffa e lana creati dai bimbi. Una grande stanza ad­dobbata con i festoni si riempie di bambini e ragazzi con cap­pellini rossi da Babbo Natale sulle teste calve, di dottori e ope­ratori e dei loro familiari e dei mecenati che sostengono le tan­te iniziative a favore dei piccoli pazienti.La dottoressa Maura Massimino ci accoglie con un grande sor­riso e gli occhi pieni di luce. Senza quel sorriso, senza quella lu­ce non sarebbe possibile confrontarsi ogni giorno con il dolore degli innocenti. Da dove le viene il coraggio? La risposta ce la offre una lettera che ha appena ricevuto e che ci lascia leggere: «Primo pensiero: la ringrazio per le cure e tutto il resto che sta facendo per me e per tutti gli altri ragazzi. Secondo pensiero: la ricordo sempre nelle mie preghiere. Chiedo con speranza a Ge­sù di illuminare lei e il suo gruppo di medici, per capire come guarire queste brutte malattie». Qui il passaggio dal vagito del Bambino di Betlemme al grido del Crocifisso del Golgota è dav­vero breve. Non passano trentatré anni, la croce viene portata da chi ha pochi mesi o anni che si contano sulle dita della ma­no. Ma la domanda è la stessa che interroga il silenzio del Pa­dre, ed è la domanda di un innocente: «Dio mio, Dio mio, per­ché mi hai abbandonato?» . «Eppure – dice la Massimino – non è questo il luogo dove si è più disperati. La disperazione spesso viene prima. Quando ci si sente soli di fronte al mistero del ma­le e ci si chiede: perché proprio a me? Poi si arriva in reparto e si incrociano altri sguardi attoniti segnati dalla paura e si capi­sce che non si è soli, che altri vivono quella condizione. Ma la disperazione vera è quando si vive la pena, perché la malattia è anche una pena, come se non dovesse mai avere una fine». Quel­la fine può essere la guarigione, ma quella fine a volte è la mor­te. E poi ci sono i genitori che spesso vivono la malattia dei figli come frutto di una loro colpa, ma succede anche ai bambini, ai ragazzi. Come duemila anni fa era per il cieco nato. Gesù è ve­nuto anche per scardinare quella credenza millenaria, ancora viva in tante culture, che associava peccato a malattia. «Ho capito – continua la Massimino – che avrei studiato medi­cina per curare questi bambini quando ho scoperto della loro esistenza. Ero in gita in Val di Sole con un gruppo di bambini di­sabili. Siamo entrati in una chiesa e ho aperto un libro dal tito­lo Bambini come gli altri . Parlava dei piccoli malati di tumore. È stato allora che ho deciso. Prima pensavo di andare in Africa, ma in quel preciso momento ho capito che la mia Africa erano quei bambini. All’inizio non è stato facile, avevo paura di toc­carli, pensavo quasi che si potessero rompere. Allora ho chiesto al primario come comportarmi, se potevo dar loro una carez­za, un bacio. E lui mi ha detto di farlo dopo aver chiesto ai ge­nitori. Insomma mi ha dato istruzioni sui sentimenti». Ma non ci sono istruzioni per tenere a bada la sofferenza. «La loro sofferenza è la mia sofferenza. Speravo che, negli anni a venire, le cose sarebbero cambiate ma non è stato così. La sof­ferenza cresce. Cresce anche con le maggiori responsabilità a li­vello professionale, perché ora c’è solo il Cielo sopra di noi e io continuo a tempestarlo di domande, di grida, di rabbia quan­do mi sento impotente. E ai genitori continuo a dire che qui i miracoli non si fanno. Ma noi ci speriamo». In questa speranza accade il miracolo. In quegli sguardi che si incrociano nelle stan­ze e nei corridoi: quelli pieni di attesa da parte dei piccoli e quel­li pieni di amore dei genitori e di chi li cura e che ogni giorno so­no chiamati a vincere la tristezza con la speranza di una vita fi­nalmente libera dal male. Perché se la sofferenza resta un mi­stero, non è un mistero che richieda da parte di chi è coinvolto di crescere nel bene e nel voler bene. Certo è uno sguardo che deve avere il coraggio di guardare oltre, di tener sempre presente che il nostro essere sulla terra è un passaggio. Di que­sto passaggio si legge sul Grande Albero dei Fiori dove ogni fiore di carta accoglie il pensiero di un bimbo: «Sono Gianluca e ho dodici anni. Oggi finisco le cu­re. Il mio grande desiderio è che tutti i miei amici concludano in fretta le cure per tornare a giocare». «Grazie per aver trasfor­mato questo reparto in una casa con tante mamme e tanti papà e aver reso bella una permanenza così triste». «Ieri – racconta Maura Massimino – ho chiesto ad un bambino di quattro anni e mezzo di salutarmi Babbo Natale perché non l’ho mai visto. Ma l’ho detto dopo avergli annunciato la neces­sità di ripetere la radioterapia perché la “pallina” non era abba­stanza piccola come speravamo. Mi ha risposto: “Sai una cosa? Non so se avrò abbastanza coraggio”. Penso che parlasse di en­trambe le cose: dire un ciao a san Nicola e affrontare le terapie. Ci vuole coraggio per aspettare Natale da queste parti, quasi u­guale a quello che occorre per farsi curare».
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