venerdì 26 luglio 2013
L’immagine della gioia è quella mamma di Varginha che, incuneandosi nelle maglie volutamente larghe della sicurezza, quasi tira il suo bambino in braccio al Papa. E, ripresolo al volo, se ne va danzando stringendoselo forte al petto e sussurrandogli di chissà che cosa – forse, appunto, della sua gioia per quell’istante.
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L’immagine della gioia è quella mamma di Varginha che, incuneandosi nelle maglie volutamente larghe della sicurezza, quasi tira il suo bambino in braccio al Papa. E, ripresolo al volo, se ne va danzando stringendoselo forte al petto e sussurrandogli di chissà che cosa – forse, appunto, della sua gioia per quell’istante. Momenti immateriali, brevi, o brevissimi; magari anche pochi, o pochissimi, in una vita intera, che tuttavia restano per sempre. Mai legati a "cose" conquistato, o comprate. Pensiamo alle nostre stesse vite: quasi li possiamo contare, quei momenti. Ma ci sono, e restano. Perché la gioia è dell’anima, e – per fortuna – non la puoi toccare.Sarà per questo allora che, anche chi non ha niente, chi manca di tutto, spesso anche dell’essenziale, è capace di esprimere gioia. E in sovrabbondanza, pure. La gioia che Francesco ha trovato, e per la quale, commosso e quasi stordito, ha ringraziato, arrivando a Varginha, in una di quelle "periferie" del mondo di cui si racconta tanto spesso la cronaca vera, mai però la vita vera. Una parte di mondo, ha detto il Papa, che «può offrire al mondo intero una preziosa lezione di solidarietà, una parola spesso dimenticata o taciuta, perché scomoda». Perché chi non ha niente sa che cosa vuol dire non avere niente, e, proprio come dice il proverbio citato da Francesco, «si può sempre aggiungere più acqua ai fagioli».Tutto ciò, tuttavia, non ci assolve. Non assolve i cosiddetti potenti, ma neppure nessuno di noi, noi che guardiamo queste scene, e che magari ci commuoviamo, e che diciamo "ma che bravo il Papa!", e lo ammiriamo pure perché è andato nella favela, e poi continuiamo come se nulla fosse accaduto. Sperando, nella migliore delle ipotesi, che a pensarci sia qualcun altro. Non ci assolve né ci libera delle nostre responsabilità di saper guardare ai poveri, sino a usarne lo "sguardo", perché lavorare per quel mondo «più giusto e solidale» invocato dal Pontefice a Varginha è dovere di tutti, e «nessuno sforzo di pacificazione sarà duraturo, non ci saranno armonia e felicità per una società che ignora, che mette ai margini e che abbandona nella periferia una parte di se stessa».È un’idea che dalla favela alla periferia di Rio arriva a tutti i margini del mondo, anche a quelli che abbiamo sotto casa nostra, alle file di gente smarrita e confusa che bussa alle porte delle parrocchie, alle nostre porte. E che, certo, parte da quell’atto di giustizia fondamentale che è assicurare il pane a tutti; ma che, ancora di più, ci ricorda che c’è una fame più profonda, «la fame di una felicità che solo Dio può saziare». E che, dunque, nessuno sviluppo potrà mai esserci, «quando si ignorano i pilastri fondamentali che reggono una Nazione, i suoi beni immateriali».Li ha elencati, Francesco, questi pilastri, a uno a uno: la vita, da difendere sempre, la famiglia, fondamento della tenuta sociale, l’educazione integrale, che non vuol dire solo imparare qualcosa, la salute<+tondo>, che è anche salute dello spirito, e la sicurezza, perché la violenza si vince solo partendo dalla conversione del cuore. Toglietene uno, di questi beni immateriali, e la struttura traballa. E, prima o poi, tutto crolla. Inevitabilmente. E attenzione, non sono le rivendicazioni di un sindacalista globale, né un "aggiornamento" di quei princìpi non negoziabili sempre troppo spesso scambiati per valori confessionali piuttosto che considerati la base da cui solo si può partire se si vuole parlare di umanità, e preservarla.Al contrario, sono l’architrave di una dottrina sociale che, dalla Centesimus annus alla Caritas in veritate, la Chiesa propone come via «dell’uomo» e «per l’uomo», per la costruzione di una società che non escluda alcuno, e dove lo sviluppo sia di tutti, e nessuno sia lasciato indietro. Una strada, ci ha ricordato anche ieri Francesco, che parte dalle periferie, perché è lì che bisogna andare. E non per caso, da Varginha, l’ha ripetuto soprattutto ai giovani, esortandoli a non scoraggiarsi di fronte alla corruzione, di fronte a chi invece del bene cerca il proprio interesse, a non permettere che la speranza si spenga, e non abituarsi al male, ma a lottare per vincerlo. E ad affidarsi, per questo, a Gesù Cristo che è speranza che non delude. Capace di trasformare la gioia, da attimo, a vita.
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