lunedì 19 settembre 2016
Le grazie richieste ad Assisi dal vescovo di Rouen

​All’assemblea d’inaugurazione dell’incontro ad Assisi “Sete di pace” religioni e culture in dialogo l’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun, ha dato questa toccante testimonianza venendo ad Assisi con la comunità diocesana dopo l’assassinio del padre Jacques Hamel.La Provvidenza mi conduce ad Assisi qualche settimana dopo l’assassinio di padre Jacques Hamel, al termine della messa, per mano di due giovani che si proclamano di fede islamica. Il mistero del Male sembra venire a sopraffarci e a turbare ma certamente lo spirito di Assisi è presente e porta frutto ovunque nel mondo. Ora io sono qui ad Assisi per chiedere la grazia di continuare il cammino del dialogo, un dialogo che sia più forte e più vero, più interiore. Quattro sono le grazie: La prima: per intercessione di san Francesco e di padre Jacques Hamel, chiedo la grazia del perdono. Perdonare gli assassini? Non è così difficile perdonare due assassini, ma i mandanti, tutti quelli che li incoraggiano, che li approvano, questo è più difficile. Che si compia la parola di Gesù: « Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34.)

Qual è il mio pensiero quando i capi di Daesh sono uccisi nei bombardamenti?: “Ricevono quello che si meritano”? “Finalmente, ecco che ne abbiamo eliminato qualcuno”? Oppure ci chiediamo che cosa succederà loro quando compariranno davanti a Dio. Sono io capace di pregare per la loro salvezza, di amarli? Io chiedo la grazia di amarli come dei fratelli, cioè di ritrovarli nel Regno dei Cieli. Che la Parola di Dio ci inciti: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici” (Mt 5, 44). Padre Jacques appartiene alla stirpe dei martiri. È beato, dice Papa Francesco. Ma non è ancora stato beatificato. Ricevo delle lettere che lo chiedono, alcuni m’incitano a richiedere la dispensa dai cinque anni. Io domando la grazia che il riconoscimento del martirio non sia una bandiera innalzata per combattere e condannare; ma la gioia di rendere grazie per il dono di un prete che ha donato la sua vita come Cristo. Che la Parola di Gesù abiti in me: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv  3; 17).

Infine domando la grazia di un dialogo nella verità con i miei amici musulmani. Sorgono domande sulle possibilità di convivenza. Nella vita sociale e familiare, tutto è compatibile fra le nostre religioni. Mi piacerebbe anche interrogarli, con infinito rispetto, a proposito della loro sottomissione a Dio che è al di sopra dell’umanità. Quello che essi percepiscono di Dio non è di un’assolutezza tale che ogni realtà, anche la vita umana, non avrebbe alcuna importanza al confronto? Io vorrei al tempo stesso testimoniare la mia fede in Dio che si è fatto uomo in Gesù: egli è entrato nell’umanità, e così nei suoi limiti. Che bel mistero: Dio che eleva l’uomo alla dignità divina e, al tempo stesso, si mescola alla sua storia caotica.

Domando queste grazie, non senza esprimere riconoscenza per quelle già ricevute dopo l’offerta della vita di padre Jacques Hamel. E voglio qui ricordare la visita di numerosi musulmani alle nostre assemblee domenicali il 31 luglio. Era proprio come una famiglia che si recava a far visita a una famiglia in lutto, e questo è bene. Noi apparteniamo alla stessa famiglia umana, promessi dunque alla stessa famiglia divina, per mezzo di Gesù il Cristo.

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