sabato 15 luglio 2017
Dal no alle ostie prive di glutine all'apertura al grano ogm: la Lettera sul vino e pane per la Messa fa chiarezza. Il liturgista Magnoli: fedeli all’insegnamento di Gesù
Ansa

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Dal “no” alle ostie totalmente prive di glutine all’apertura verso il grano ogm. Dal controllo attento dell’onestà di chi produce le particole, alla bocciatura dell’impiego, definito un «grave abuso», di frutta, zucchero o miele nella loro preparazione. Sui giornali come sui social, suscita interesse e interroga la Lettera sul pane e vino per l’Eucaristia inviata sabato scorso ai vescovi dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Un testo agile, scritto «per incarico del Papa», che mentre ribadisce norme e disposizioni già note, le rilegge, diciamo così, alla luce delle trasformazioni sociali e del mercato. Se fino a non molto tempo fa infatti a preparare la «materia eucaristica » erano per lo più comunità religiose, oggi non è difficile trovare il necessario per la Messa nei centri commerciali o in vendita via Internet. Di qui l’invito alla vigilanza, anche «mediante appositi certificati» che garantiscano il rispetto delle regole canoniche. «L’ordinario» cioè il vescovo – recita il testo – «è tenuto a ricordare ai sacerdoti, in particolare ai parroci e ai rettori delle chiese, la loro responsabilità nel verificare chi provvede il pane e il vino per la celebrazione e l’idoneità della materia».

«La lettera invita i pastori a un’attenta vigilanza – spiega monsignor Claudio Magnoli, responsabile del servizio per la pastorale liturgica dell’arcidiocesi di Milano –. Lo sguardo della Sede apostolica è a tutto tondo sulla Chiesa univer- sale e quindi sa cogliere in modo chiaro quando è opportuno intervenire».

In questo senso il testo firmato dal prefetto del dicastero vaticano, il cardinale Robert Sarah, e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche, sembra muoversi in direzioni parallele e complementari. Da un lato la prevenzione di eventuali abusi, dall’altro l’indicazione di come comportarsi nei confronti di scenari nuovi. «Siamo di fronte a un cambiamento del contesto ecclesiale – prosegue Magnoli –, con la diminuzione delle comunità religiose, soprattutto claustrali, dedite a preparare il pane per l’Eucaristia. Questo fa si che ci si rivolga anche altrove, come a Milano dove la preparazione delle ostie può diventare una delle attività dei detenuti nel carcere di Opera. Ma con l’allargamento del numero dei produttori aumenta anche il bisogno di indicazioni sicure, precise».

Il ventaglio degli abusi tocca comportamenti tra i più disparati. Si va dall’aggiunta di zucchero, frutta e miele nella preparazione del pane, alla sostituzione del vino con altre bevande, per esempio la birra. Scelte magari ristrette a piccole minoranze e talvolta figlie più di prassi sbagliate che di atteggiamenti “contro”, comunque da correggere. E da prevenire. «Diciamo che gli abusi sono stati più frequenti nell’immediato dopo Concilio, negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando c’era anche una teologia che rifletteva sulla possibilità di utilizzare materie diverse dal pane e dal vino d’uva, partendo dalla considerazione che c’erano territori, Paesi, in cui quelle produzioni erano assenti. Privilegiando al loro posto prodotti della coltivazione locale».

Potremmo definirla una malintesa “teologia dell’inculturazione”. «Alcuni, partendo proprio dalle produzioni locali, hanno teorizzato di sostituire il riso o la manioca al pane, o per esempio nell’Europa del Nord, la birra al vino. E naturalmente c’è stato chi ha voluto subito applicare, dare attuazione pratica alla riflessione – spiega Magnoli –. Ma su questi punti l’insegnamento della Chiesa è sempre stato chiaro, ribadendo che non erano consentiti cambiamenti».

C’è però un altro passaggio della lettera che ha suscitato più di un interrogativo, principalmente nella comunità dei celiaci, ma non solo. Si tratta della parte in cui il documento ribadisce che «le ostie prive di glutine sono materia invalida per l’Eucaristia». Ne occorre una quantità, magari minima, comunque «sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di sostanze estranee e senza ricorrere a procedimenti tali da snaturare il pane». È comunque competenza degli ordinari – aggiunge il documento – «concedere la licenza di usare pane a basso tenore di glutine o mosto come materia dell’Eucaristia a favore di un singolo fedele o di un sacerdote ». «In caso di celiachia – spiega Magnoli – resta aperta anche la possibilità di ricevere la Comunione al calice», cioè solo con il vino. Lo stabilisce il Codice di Diritto canonico al numero 925. «Calice – continua il liturgista – che dev’essere diverso da quello usato dal celebrante perché normalmente il sacerdote vi pone un frammento di particola, e questo comporterebbe la presenza di glutine».

Un argomento, quello delle ostie “gluten free”, su cui è intervenuta l’Associazione italiana celiachia la quale, nel precisare che non esistono gravità diverse della malattia ma solo differenze di sintomi, chiarisce che «sono considerate idonee sia le ostie garantite “senza glutine” (contenuto massimo di 20 mg/kg) sia quelle “con contenuto di glutine molto basso” (massimo di 100 mg/kg)».

Una rassicurazione che all’indomani di qualche reazione allarmata, vuole fugare ogni dubbio sorto tra i malati. Meno dibattito invece intorno al confermato via libera alla «materia eucaristica confezionata con organismi geneticamente modificati». «Se la produzione ogm – continua Magnoli – è rispettosa del vero prodotto di frumento, dal quale si possono ricavare le ostie, non ci sono difficoltà. Non si tratta di essere “pro” o “contro” gli organismi geneticamente modificati ma di valutare il frutto di quella produzione, che deve rispettare le norme canoniche». Anche in questo caso dunque – sottolinea Magnoli – come nelle altre situazioni trattate, come nei documenti cui si richiama e che conferma, l’obiettivo di fondo della Lettera è seguire, mettere in pratica l’insegnamento permanente del Vangelo, a partire dall’Ultima Cena.

«Gesù ci ha indicato pane e vino come materia del sacrificio eucaristico – conclude il responsabile del servizio per la pastorale liturgica dell’arcidiocesi di Milano – e la Chiesa, anche attraverso un documento come questo, ribadisce in modo chiaro la fedeltà al suo insegnamento».

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