sabato 15 dicembre 2012
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​La pace non è un’utopia, ma un ideale che spinge l’uomo - non solo i credenti - all’impegno per una costruzione storica che riguarda tutti gli ambiti della vita quotidiana. Pace che, per la finitezza umana, è dono di Dio che ha bisogno dell’opera dell’uomo per realizzarsi. Per il filosofo Francesco Botturi, docente dell’Università Cattolica, il messaggio di Benedetto XVI per la celebrazione della Giornata mondiale della pace del primo gennaio venturo è di portata universale.La pace è l’aspirazione di ogni uomo, secondo il Papa. Ma quali sono le prospettive che apre questo messaggio?Anzitutto è interessante la prospettiva aperta a tutti gli uomini. Se ogni persona umana desidera la pace perché questa è un desiderio costitutivo dell’uomo, rileva il Pontefice, l’obiettivo, nonostante le difficoltà contingenti, è possibile a credenti e non. E come?Benedetto XVI riconduce l’idea di pace alla vita quotidiana e alla morale come un qualcosa non di utopistico, ma di realizzabile attraverso una testimonianza integrale. Occorre perciò affrontare ogni dimensione della vita in termini costruttivi: da quella sociale, a quella economica e famigliare. Ecco quindi il richiamo del messaggio alla difesa della vita dal concepimento alla morte, a quella del Creato, a quella della famiglia come unione naturale tra un uomo e una donna, alla libertà religiosa come condizioni per costruire la pace, fino al ripensamento dell’economia per creare sviluppo e sanare le ingiustizie. Sono tutti temi già affrontati dal Papa, ma ora sono riproposti in modo unitario in questo discorso davvero interessante che propone una vera e propria pedagogia dell’operatore di pace. La chiave antropologica è importante, la pace non diventa solo un problema di relazioni internazionali e di geopolitica, o problema economico, ma argomento che richiede il contributo di tutta l’umanità e necessita di una dimensione etica profonda. Non si tratta di mera precettistica perché la pace non si costruisce giustapponendo una serie di norme morali, ma è raggiungibile riconoscendo che c’è una morale che deve guidare le nostre azioni e porta alla pace concreta, non all’idea utopistica, all’ideologia della pace. Non a caso il discorso dice che "precondizione" per attuarla è lo smantellamento del relativismo etico. Senza una dimensione antropologica costruttiva, di attenzione ad esempio ai deboli, al lavoro, al bene comune, le strutture dell’uomo possono diventare strutture di guerra.Tuttavia non è solo opera umana, la vera pace ha bisogno di Dio…È donata da Dio, ma richiede il concorso dell’opera umana. La prospettiva etica e metafisica della pace viene legata a quella religiosa e il Papa ritiene necessario il contributo di tutte le fedi. Il minimo comun denominatore è l’ideale che spinge alla costruzione storica della pace e che non resta astratto per la sua motivazione morale.Ma anche i non credenti sono coinvolti nella costruzione?Si, tutte le persone di buona volontà. Del resto è una constatazione ragionevole quella che riconosce i limiti dell’essere umano di fronte a un traguardo così grande. La pace ha una profonda dimensione religiosa in tutte le fedi e una dimensione spirituale anche per chi non crede. Per i cristiani, in più, c’è la promessa evangelica della pace come beatitudine. Questo richiamo alla trascendenza è un passo importante per richiamare l’universalità di un impegno di tutta la famiglia umana. Le ideologie totalitarie del secolo scorso negarono il limite umano e si posero come obiettivo la creazione di un uomo nuovo. Abbiamo visto come è andata finire con il nazismo e il comunismo. È importante il perdono?È uno strumento fondamentale. Per il Papa è necessario perché consente di recuperare anche chi non opera per la pace, di sanare le ferite. E permette di ricominciare il cammino.
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