venerdì 1 febbraio 2019
Il cardinale, prefetto di «Propaganda Fide», parla della presenza cristiana in questa area del mondo arabo e del senso di questo viaggio apostolico
(foto Lapresse)

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Nella Penisola arabica, la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli si occupa attraverso due vicariati apostolici della giurisdizione sulle comunità cattoliche presenti nei Paesi che si affacciano sul Golfo Persico. Il primo è il Vicariato apostolico dell’Arabia del Nord che comprende Qatar, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita, nei quali vivono circa due milioni e mezzo di cattolici. Il secondo è il Vicariato apostolico dell’Arabia del Sud che comprende gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen dove, nel loro complesso, sono presenti più di un milione di cattolici. Il cardinale Fernando Filoni, prefetto di “Propaganda Fide”, che nel 2014 era stato inviato dal Papa in Iraq a causa della grave situazione venutasi a creare a seguito della proclamazione dello Stato islamico, è ora prossimo alla partenza con il volo papale verso gli Emirati Arabi Uniti, per la prima visita di un Papa in questa regione.

Eminenza, colpisce come nella Penisola arabica, culla dell’islam, la presenza cristiana sia consistente. Come considera il rapporto della Chiesa con le autorità e con il contesto politico?
Negli Emirati la situazione è in genere molto positiva. Gli emiri sono benevoli verso la Chiesa. Il nostro vicario apostolico è molto amato. Qui abbiamo 8 parrocchie ben organizzate. Non poche chiese. La tolleranza permette un naturale e tranquillo svolgimento dell’attività pastorale.

Qual è la fisionomia della comunità cattolica e la vita ecclesiale ordinaria di questa comunità?
È una comunità di circa 950mila persone, composta da lavoratori immigrati provenienti da diversi paesi che restano per un certo periodo dopo il quale devono rientrare nei loro paesi d’origine, in genere non hanno con loro tutta la famiglia. Ma è una comunità molto viva, partecipa numerosa alle messe domenicali che sono estese anche al venerdì e al sabato. Con i bambini si fa il catechismo, ci sono gli incontri promossi dai laici. C’è una buona presenza di sacerdoti e anche una buona struttura a livello di Vicariato: un consiglio presbiteriale, un consiglio di amministrazione. Ogni anno si riuniscono ad Abu Dabhi tutti i missionari per discutere i problemi. Ci sono attualmente 8 sacerdoti incardinati nel Vicariato, più altri 7 non incardinati, 57 sacerdoti religiosi di cui 41 cappuccini 2 seminaristi e 58 religiose provenienti da 8 istituti religiosi. Le chiese sono aperte anche per i diversi riti dei cristiani cattolici come quelli del Malabar o malankaresi. C’è libertà di culto, ma è proibito fare attività pastorale con i musulmani.

Se il proselitismo diretto verso gli islamici è formalmente impossibile, che tipo di missione porta avanti la Chiesa in tale contesto? In che modo la presenza diventa annuncio del Vangelo in questa situazione?
In quello che il Papa ricorda sempre: la testimonianza. E qui i nostri fedeli come Chiesa ne danno abbastanza. Andare incontro alla gente, prendersi cura delle persone nelle varie situazioni, nel rispetto reciproco, nella reciproca conoscenza è una testimonianza evangelica. Ad esempio: è proibito anche negli Emirati avere delle scuole esclusivamente cattoliche, sono tuttavia permesse le scuole aperte, quindi abbiamo 11 scuole di cui 6 sono gestite dal Vicariato apostolico e 5 da diversi istituti religiosi che sono sul posto dove si educa alla conoscenza reciproca e ai valori che ognuno porta. E queste scuole sono molto richieste da parte delle famiglie musulmane, la maggior parte dei ragazzi e ragazze che le frequentano sono di famiglie musulmane.

Nel vicino Yemen però la comunità cristiana è stata segnata dall’uccisione delle quattro suore di Madre Teresa e dal rapimento due anni fa - poi conclusosi con la sua liberazione - del sacerdote salesiano Homas Uzhunnalil da parte di un gruppo jihadista. Tale esperienza martiriale che effetto ha avuto sulle comunità cristiane del Vicariato meridionale della Penisola arabica?
C’è stato ovviamente molto sconcerto per il martirio delle suore ma questo tuttavia non ha compromesso l’attività pastorale che si compie negli altri Paesi del Vicariato del Sud. Sappiamo che simili fatti non dipendono dalle autorità in quanto tali, le quali mostrano tolleranza, quanto da questi gruppi di estremisti che sono intolleranti. A causa della guerra, nello Yemen la situazione in questo momento è tuttavia molto problematica, le quattro parrocchie sono chiuse e attualmente la presenza cristiana è molto ridotta. Dopo la liberazione del padre Uzhunnalil anche i salesiani non hanno ora una presenza come in passato, ci sono visite occasionali.

In questo contesto quale significato ha per i cristiani la visita apostolica?
Per la comunità cattolica formata da immigrati che vivono in questi luoghi la presenza del Papa tra di loro è un incontro certamente fortificante. Nella considerazione che la sua missione non è solo verso i cristiani e i cattolici ma universale, la visita apostolica è importante nel riconoscimento di fatto della presenza della Chiesa cattolica in questi Paesi nelle forme permesse, sia da un punto di vista giuridico che per i diversi riti praticati a seconda dell’appartenenza dei cristiani. Qui, dunque, dove in qualche modo c’è l’affermazione dei diritti fondamentali della persona, che permette di professare la fede in cui credono, la visita è un momento importante per l’approfondimento della fede per i cristiani che vivono in ambito musulmano. Sono campi di riflessione molto ampi che emergono da questo viaggio. E certamente anche nella chiave del dialogo cristiani e musulmani che è l’aspetto fondamentale per il quale il Papa si reca in questi luoghi.

Quali possono essere gli esiti di questo dialogo?
Un dialogo nel quale la reciproca conoscenza e il rispetto sono fondamentali cadono i muri e si apre la strada a una serena convivenza, della non può che beneficiarne l’intera società. La strada dell’incontro è percorsa da quando il cardinale Lavigerie centocinquant’anni fa fondò le missioni d’Africa. Anche nel Golfo Persico prima ancora dell’islam c’era una presenza cristiana delle Chiese d’Oriente. Ci sono vestigia che testimoniano l’incontro del cristianesimo con l’ebraismo e successivamente con l’islam. Dunque come in passato c’è stato un incontro e uno scambio culturale, anche oggi questo può avvenire in un modo ancora più proficuo. Gli emigranti cristiani contribuiscono oggi allo sviluppo civile e sociale ed economico di questi paesi. La conoscenza e il rispetto reciproco fanno crescere da un punto di vista religioso ma anche da un punto di vista sociale ed economico.

È un messaggio per tutto il Medio Oriente…
A partire da una realtà che è qui radicata come modalità di convivenza è in questo senso un messaggio a tutto il Medio Oriente per favorire una cultura che sia sempre più verso l’incontro. Ma questo è un messaggio che si rivolge non solo al Medio Oriente ma a tutto il mondo dove c’è la coabitazione tra cristiani e musulmani, sia nei paesi a maggioranza musulmana che in quelli a maggioranza cristiana.

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