giovedì 7 settembre 2017
L’attualità di un Paese dove la vita è una lotta per il minimo necessario, la frattura che divide le classi povere dalle élites che le disprezzano, la letteratura, l’arte come luogo d’inconto
Restrepo: «Il Papa viene in un Paese che si gioca il tutto per tutto»

La violenza, cronica per quasi due secoli, è l’humus di cui si sono nutrite alcune delle pagine più sublimi della letteratura colombiana. La “pace nascente” fatica, invece, a ritagliarsi un linguaggio proprio. «Perché, per il momento, è azione e dramma. Non è divenuta ancora uno stato d’animo. Spero che prima o poi accada», dice Laura Restrepo, tra le più note delle attuali scrittrici della nazione latinoamericana. Molti i titoli tradotti in Italia, dove il suo Delirio (Feltrinelli) ha ottenuto il prestigioso Premio Grinzane Cavour. Nei romanzi di Restrepo risuona l’eco del realismo magico, il genere lanciato cinquant’anni fa da Gabriel García Márquez con il capolavoro Cent’anni di solitudine. Macondo - il villaggio immaginario in cui si svolge la saga dei Buendía - è diventato sinonimo di Colombia e del suo doloroso camminare. «Il realismo magico è la nostra benedizione e maledizione».

Perché mai?
Da una parte, noi colombiani abbiamo la straordinaria capacità di mantenere vivi i vecchi miti e di inventarne di nuovi. Nel mio Paese, la materia prima di leggende, presagi e rivelazioni cresce come pane nel forno. La Colombia è la nazione con più lotterie e “miracoli” per chilometro quadrato. Dall’altra, però, il concetto di magico applicato alla realtà può creare pericolose distorsioni. Il magico è indipendente dalla volontà, arriva all’improvviso, non ha cause né conseguenze. Tanto che la gente chiama “magici” i mafiosi, capaci di accumulare di colpo e senza apparenti spiegazioni enormi fortune. La vita quotidiana della maggior parte dei colombiani, però, è tutt’altro che magica. È, al contrario, una lotta inclemente e molto reale per conquistare il minimo indispensabile: un tetto, una medicina, il diritto a non morire ammazzato a 20 anni.

Ha citato la violenza. Un tema molto presente anche nei suoi romanzi.
In qualche modo dobbiamo pur digerire tanta barbarie… Ogni forma di civiltà parte da un semplice presupposto: la vita è meglio della morte. In Colombia, secoli di ferocia eretta a sistema, hanno stravolto tale concetto. Intere generazioni hanno scelto strade di morte - criminalità, narcotraffico, paramilitarismo, guerriglia - perché la vita, propria e altrui, non ha valore. Una volta, intervistai uno dei sicari adolescenti di Pablo Escobar. Si faceva chiamare El Arcángel e aveva 16 anni. Mi chiese: «Non hai paura che ti uccida?». Gli risposi: «Perché dovresti farlo?». E lui disse: «Perché se non avessi una pistola carica, nemmeno ti gireresti a guardarmi». La violenza era il suo grido di esistenza. L’unico modo per non essere socialmente invisibile.

Come la letteratura può contribuire a costruire un nuovo immaginario, non violento, per la Colombia in via di riconciliazione?
La letteratura, come ogni forma d’arte, è per definizione terreno di incontro e vocazione di pace. Anche quando parla di guerra.

Crede che il viaggio di papa Francesco possa avere un impatto in tal senso?
Un forte impatto, direi. In primo luogo, la stragrande maggioranza dei colombiani è cattolica. Inclusi quei settori che cercano di sabotare la recente pace. Spero che le parole di Francesco riescano a far breccia nelle loro coscienze. E accendano di fiducia i cuori di quanti sono indecisi, dubbiosi, indifferenti. L’accordo tra governo e guerriglia, inoltre, ha sanato una frattura sociale. Un’altra, però, resta aperta. Se non la curiamo non potremo avere una pace duratura: l’abisso di disprezzo dell’élite nei confronti dei compatrioti poveri. Il Papa, dunque, è arrivato in una Colombia che si gioca il tutto per tutto. Il Paese è in bilico tra pace e guerra. Il carisma di Bergoglio, il suo messaggio forte, possono contribuire a far pendere la bilancia dalla “parte giusta”. So di chiedere molto a Francesco. Ma lui fa sempre le cose in grande.

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