giovedì 25 luglio 2013
Francesco in visita Varginha. Ad accoglierlo gli abitanti di quella che un tempo era nota come la «Striscia di Gaza».
COMMENTA E CONDIVIDI
«La casa è piccola ma il cuore è grande», esclama Sebastião. E quando il posto non c’è? «Si inventa». La fantasia degli abitanti di Varginha, come delle altre 700 favelas carioca, è sterminata. Stavolta, però, la gente si è superata. L’occasione del resto è speciale. Il debutto internazionale del primo Papa latinoamericano che fa tappa oggi in questa comunità emarginata perlopiù sconosciuta. Varginha non è una favela-città, enorme e variegata, come le "famose" Rocinha, Vidigal – che lambisce lo Sheraton sul lungomare di Ipanema –, Santa Marta, Cidade de Deus. Impossibile non notare queste ultime: il rosso mattone insanguina i morros, (le colline), con l’irruenza delle costruzioni anarchiche, costrette a farsi spazio tra discese e sterrati. Varginha no. È una mini-baraccopoli di un migliaio di persone - 1.152 quelle censite ufficialmente -, pianeggiante e nascosta nell’anonimo squallore della periferia Nord di Rio, distante quasi un’ora d’auto - con poco traffico - dal Pan di Zucchero e dagli altri splendori della Cidade Maravilhosa. Certo, la favela è ben nota alle forze dell’ordine. Prima della “pacificazione” dello scorso ottobre, la strada Leopoldo Bulhões - che la divide dalla baraccopoli "gemella" Mandela - era chiamata la "Striscia di Gaza" per le continue sparatorie tra le due bande rivali di narcos. «Ora invece ci conoscono in tutto il mondo», afferma Everardo Oliveira, mentre si pulisce le mani ancora sporche di calce. Con l’aiuto di qualche vicino volenteroso, questo 40enne loquace e spigliato ha abbozzato una nuova stanza per ricevere i 12 parenti accorsi dagli angoli più impensati del Brasile. Altri non hanno avuto il tempo di farlo: si sono trovati amici e familiari alla porta e hanno dovuto improvvisare, ricorrendo all’alloggio creativo. Nessuno, però, è stato rimandato indietro: la partilha, (condivisione), è il leitmotiv della favela. Che negli ultimi giorni ha visto più che triplicare la sua popolazione. Due famiglie, hanno anche deciso di aprire le porte sbilenche della comunità a cinque giovani pellegrini arrivati per la Gmg. «Due stanno da noi – aggiunge Sebastião, meccanico, sposato con due figli, di cui uno disabile –. Ma loro sono il problema minore. I parenti mi hanno fatto un’improvvisata e ora ci siamo ritrovati in venti Come faccio? Beh prima di tutto ho mandato mio figlio a dormire dalla suocera. Per il resto, ci arrangiamo». María Icara ha comprato un tappeto nuovo. «Così sarà più morbido per i sacchi a pelo. Sono venute tre ragazze, avevo chiesto io che fossero donne: sa mio marito è timido. Io, invece…  ". Seduta sul suo modesto divano, con alle spalle le foto dei nipotini e la statua della Vergine di Aparecida e a fianco il televisore al plasma, unico lusso che si concedono tutti i favelados, María Icara non la smette di raccontare i molti aneddoti di Varginha. Ci abita da 32 anni quando, appena sposata, ha lasciato lo Stato del Paraiba per cercare fortuna nella metropoli. «Eravamo poveri. Io ero la prima di 22 fratelli. Undici, in realtà: la metà è morta quando era ancora in fasce. A scuola, dunque, non sono mai andata: dovevo stare in casa a badare ai bambini o aiutare nei campi. Però so raccontare le storie…».La storia di Varginha e del "grappolo" di favelas di cui fa parte - il cosiddetto complesso di Manguinhos - comincia negli anni Quaranta. Quando un gruppo di migranti del Nordest, disperati, disoccupati dell’interno si è "scavato" una sistemazione fra mangrovie, manguinhos in portoghese, e i miasmi di un acquitrino fuori città. Le case erano poco più di palafitte. Niente a che vedere con le costruzioni di mattoni rossi affacciate sulla via principale. Basta, però, inoltrarsi per uno dei claustrofobici vicoli laterali per ritrovare frammenti della Varginha di un tempo: rifiuti, sterrati paludosi sfuggiti all’autobonifica degli abitanti, lamiere ritorte. «Beh qui il gran lavoro lo fanno gli abitanti. Le autorità si limitano a dare una "pitturata" all’asfalto, di tanto in tanto», dice Everardo. Eppure, formalmente, i servizi base nella favela esistono: la scuola, enorme e bianca, il centro medico, perfino un campo da calcio da cui si intravedono le braccia aperte del Cristo Redentore. Qui l’ex campione Jairzinho allena gratis un gruppo di bambini. E qui oggi papa Francesco saluterà gli abitanti. Da nove mesi, inoltre, la presenza dell’Unità di polizia di pace ha fatto "scomparire" i trafficanti. «Li ha resi meno visibili, vuole dire – spiega un abitante che chiede l’anonimato per ovvie ragioni –. Certo, non girano più armati, ma sono ancora fra noi». E contano. Anche ora riescono a imporre le loro regole. Perfino ai giornalisti. «Niente foto per strada – ribadisce chi ci fa da guida –, altrimenti rischio io». Eppure, nonostante le difficoltà, la visita di Francesco ha risvegliato la speranza nella comunità. «Il futuro dipende da noi: se ciascuno cambia, può cambiare anche il resto della realtà», afferma Isabel. «Se un Papa viene qui – interviene Sandrinho –, allora tutto è davvero possibile. Anche per noi».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: