Intervista. Farrell: nella Chiesa i laici protagonisti fin da giovani


Mimmo Muolo venerdì 31 marzo 2017
Intervista con il porporato statunitense che guida il nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. L’impegno a «far riscoprire la bellezza del matrimonio»
Il cardinale Farrell

Il cardinale Farrell

L’Amoris laetitia? «Uno dei documenti più belli e importanti sulla famiglia. Ma non restringiamolo alla questione se dare o no la Comunione ai divorziati risposati; dobbiamo aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a riscoprire la bellezza della vita matrimoniale, perché anche in fatto di famiglia prevenire è meglio che curare». I laici? «Giustamente in questi anni si è molto parlato dei movimenti. Ma adesso il Papa vuole che ci interessiamo anche delle altre “99 pecorelle” che non ne fanno parte». Le questioni legate alla vita? «Dobbiamo mostrare con i fatti che proteggere la vita dal concepimento alla sua naturale conclusione conviene a tutti, anche a chi non crede». Il cardinale Kevin Farrell ha le idee chiare sul lavoro del nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, di cui il Papa lo ha nominato prefetto il 15 agosto 2016. Pacato nell’espressione, già padrone di un buon italiano (imparato quando studiava a Roma e ora rispolverato dopo un decennio abbondante), ci riceve nella saletta accanto al suo studio. Fuori dalle finestre aperte pulsa la vita di Trastevere. Ma al porporato statunitense non dà fastidio, anzi. «Ho fatto il parroco – dice –. Sono abituato alla gente. E proprio della gente mi devo interessare». Un interesse in tre settori. Ma profondamente connessi tra loro. Con un’asse attorno al quale far girare tutto: «Il protagonismo dei laici ben formati, fin dall’adolescenza». Perché, sottolinea Farrell, «il nostro è il tempo della testimonianza, più che delle parole».

Da dove ha cominciato, dunque? Ho cercato di imparare ciò che si faceva nelle tre sezioni. Per esempio ho toccato con mano il grande lavoro fatto con i movimenti ecclesiali. Ma adesso che sono arrivati a una certa maturità, più volte il Papa mi ha chiesto di non dimenticare le “99 altre pecorelle”, cioè i laici delle parrocchie e delle diocesi. Tutti i laici sono corresponsabili nella Chiesa. Come noi preti. Dobbiamo promuovere maggiormente la loro formazione, uscendo da una impostazione esclusivamente clericale del lavoro pastorale.

Questo si rifletterà anche nelle nomine all’interno del nuovo dicastero?
Certo. I sottosegretari, uno per ogni settore, saranno laici. Anche il segretario potrebbe essere un laico. Aspettiamo le decisioni del Papa.

Laici protagonisti anche in fatto di famiglia?
Sicuramente. E non si tratta tanto di inventare cose nuove, quanto di potenziare le attuali iniziative. Prendiamo ad esempio i corsi pre-matrimoniali. Ce ne sono tantissimi in tutte le Chiese locali. Ma oggi è importante soprattutto preparare coppie di sposi capaci di formare le persone che vogliono sposarsi. Questo non è un lavoro solo da preti. Sono convinto che i laici sposati possano svolgerlo meglio, offrendo la testimonianza del loro vissuto quotidiano.

A proposito di famiglia, l’Amoris laetitia compie in questi giorni un anno. Come considerare questo documento?
L’Amoris laetitia è uno dei documenti più belli e importanti della Chiesa sulla famiglia. Ma tutto il dibattito si è concentrato sul capitolo VIII. Non è giusto. Prendiamo invece i capitoli 3, 4 e 5, dove si trovano molte bellissime indicazioni per rivitalizzare la vita della coppia e il matrimonio. Ma quante persone li hanno letti?

Al di là di questo, però, qual è la sua interpretazione di quanto c’è scritto nel capitolo VIII?
Di solito non rispondo a questa domanda, perché mi sembra che invece di pensare al tutto ci concentriamo solo su una parte. In generale posso dire, in base alla mia esperienza pastorale, che ci sono circostanze in cui bisogna pensare che Dio non condanna una persona per sempre. Il nostro compito, come Chiesa, è di accompagnare le persone. Soprattutto i poveri, come dice papa Francesco. Anche i poveri in senso spirituale ed esistenziale. Perciò noi dobbiamo accompagnare gli sposi che sono in crisi e dare forza alla famiglia. Sono convinto, infatti, che prevenire è meglio che curare.

La Giornata mondiale delle famiglie si svolgerà a Dublino nel 2018 e si parlerà dell’Amoris laetitia.
Sarà un incontro di riflessione sull’Amoris laetitia con un’enfasi speciale sui capitoli che ho detto. E il Papa sarà presente per celebrare il festival delle famiglie e la Messa conclusiva la domenica.

Il suo dicastero si interessa anche dei giovani. E Francesco ha convocato un Sinodo diretto a loro. Da poco inoltre ha pubblicato il Messaggio per la Gmg del 2017. Come è cambiata la pastorale giovanile in questo pontificato?
È cambiato l’approccio. Il Papa vuole parlare direttamente ai giovani e vuole ascoltare direttamente la loro voce anche in vista del Sinodo. In occasione del recente messaggio della Gmg, ha mantenuto la tradizione del testo scritto, ma ha fatto anche un video, più vicino alla loro mentalità. Francesco vuole che la nuova evangelizzazione cominci dai giovani, dagli adolescenti, dai bambini. Se impareranno il senso dell’amore vero, avremo famiglie più solide, aperte al dono della vita, capaci di dialogare con le altre generazioni. Come vede tutti e tre i settori del dicastero si richiamano a vicenda e sono profondamente connessi.

In Italia è in itinere una legge sul fine vita. In altre legislazioni c’è addirittura il ricorso all’eutanasia. Che cosa dire di fronte a questo problema?
Dio è l’unico che dà la vita ed anche l’unico che è legittimato a porre fine alla nostra esistenza terrena. Una legge in cui si dia la possibilità a una persona di togliere la vita a un’altra persona o anche a se stessa non è accettabile. Le conseguenze sarebbero imprevedibili e si aprirebbe la strada all’eliminazione di intere categorie: ammalati, anziani soli, chissà chi altri. Non possiamo permetterlo. Lo stesso vale per l’utero in affitto, contrario alla legge naturale, prima ancora che nell’etica cristiana. Oltre tutto è una forma di schiavitù che sfrutta persone povere del terzo mondo. Tuttavia, anche in questi casi, insieme alla condanna, il nostro lavoro pastorale deve essere quello di mostrare le ragioni che sconsigliano vivamente queste pratiche. Anche per chi non crede.

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