venerdì 19 febbraio 2021
Moglie, marito e i loro due figli abitano a Malmöcon alcuni giovani di diverse Chiese luterane. Laura Lanni: vorremmo diventare una fraternità accogliente
La famiglia al completo

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L’ecumenismo, il dialogo tra le Chiese non ha bisogno solo della competenza dei teologi, ma di crescere nei vicoli della vita quotidiana, di trovare linfa nella preghiera, di dare testimonianza nel servizio agli ultimi. E molto possono le relazioni personali, le amicizie che nascono e si rafforzano sotto la guida della Parola.

Un’esperienza, questa, che Laura Lanni e Mario Gazzotti, moglie e marito, stanno facendo, assieme ai loro due figli, in Svezia, Paese di storica tradizione protestante. «Siamo qui dal primo agosto 2019. Alla base c’è il rapporto che si era creato con alcuni preti luterani svedesi conosciuti tramite il Centro ecumenico di studi biblici che opera in Sudamerica dov’eravamo missionari, noi in Brasile, loro in Costa Rica. Abbiamo partecipato insieme ad alcuni incontri sulla Parola e si è creato un legame, rafforzato quando nel 2016 ci hanno invitati qui a un seminario ecumenico di lettura della Bibbia».

La famiglia di Laura e Mario con i loro piccoli di 8 e 5 anni, funge un po’ da apripista nel Paese scandinavo, è per così dire l’avamposto quassù della presenza missionaria della “Comunità Papa Giovanni XXIII”. «È stata un’intuizione del nostro responsabile generale – sottolinea Laura che è di origine marchigiana –. La Svezia non è una meta missionaria classica ma la nostra comunità da qualche anno ha allargato la propria presenza in Europa occidentale e del Nord, mentre in quella orientale già c’eravamo».

La preparazione a un grande passo come il trasferimento in un altro Stato si costruisce anche attraverso le relazioni, imparando a conoscere non solo la cultura ma lo stile, il temperamento sociale, se si può dire così, del Paese dove si va. «Abbiamo contattato il cardinale Anders Arborelius, il vescovo di Stoccolma che ci ha incoraggiati, manifestando una grande stima per la Chiesa luterana svedese, anche in vista di una collaborazione nel servizio agli ultimi, che caratterizza la nostra vocazione. Nel frattempo c’era stata la visita del Papa a Lund e anche qui a Malmö per i 500 anni dalla Riforma protestante.


Da un anno e mezzo nel Paese scandinavo, il loro impegno missionario è legato alla “Comunità Papa Giovanni XXIII” di cui fanno parte Preghiera e servizio agli ultimi nelle unità di strada e negli incontri con donne richiedenti asilo La famiglia al completo

Un viaggio che ha rafforzato il dialogo». Il resto l’hanno fatto la preghiera, la pazienza e l’umiltà di adattarsi a una realtà nuova, la buona volontà di incontrarsi. «Per esempio abbiamo preso contatto con il monastero delle suore domenicane di Rögle che “praticano” molto l’ecumenismo, nel senso che si impegnano, sia nella preghiera che nei seminari di riflessione, con alcune donne prete della Chiesa luterana. Poi qui a Malmö ci sono vespri interconfessionali tutto l’anno, non solo nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cui è facile partecipare». Dopo circa un anno, ecco la possibilità di vivere in una piccola casa “ecumenica”.

È la realtà di oggi. «Abitiamo con alcuni giovani provenienti da Chiese luterane diverse, che hanno fatto quasi tutti l’esperienza di Taizè». Un cammino che si traduce in vita dello spirito. «Preghiamo due volte al giorno insieme, proprio secondo lo stile della fraternità francese. Uno schema molto semplice: salmo iniziale, lettura breve in diverse lingue, un momento di silenzio, intenzioni di preghiera». L’altra dimensione ecumenica riguarda il servizio, l’attenzione ai più bisognosi, la cosiddetta “diaconia”. «Vorremmo diventare anche una fraternità accogliente, cioè aprire uno spazio all’interno della nostra casa per le persone adulte che hanno bisogno per così dire di ”riabilitazione” a qualsiasi livello, per uscire ad esempio da una dipendenza.

Prima di rientrare nella società, potrebbero fare un passaggio da casa nostra. Ma si tratta di un progetto impegnativo, che va pensato bene, con la collaborazione dei servizi sociali. Nel frattempo facciamo unità di strada, cioè andiamo a distribuire pasti caldi a persone senza dimora, aiutiamo donne richiedenti asilo». Quella del servizio agli ultimi è del resto un tratto distintivo della “Comunità Papa Giovanni XXIII” e di chi ne fa parte. «Per noi sarebbe importante portare avanti la dimensione del lavorare insieme. Il progetto di cui parlavo prima per esempio è già realtà in Germania.

A livello personale e di famiglia questo desiderio di aprirsi nasce proprio dall’incontro con l’associazione. Parlando di me, in Italia quand’ero più giovane, e poi durante le esperienze missionarie in Africa e soprattutto in Brasile dove incontrando le comunità di base, ho capito che proprio partendo dal basso è possibile costruire in modo non violento una società più equa, capace di offrire una vita dignitosa a tutti e a tutte». In Italia si fa fatica a pensare alla Svezia come terra di missione. Per molti Malmö è solo la città in cui è nato Ibrahimovic. «Noi siamo vicini a Rosengard, il suo quartiere, dove abitano molti arabi.

E anche dove viviamo noi ci sono molti posti per mangiare falafel e kebab, o una pizza, mentre per trovare un negozio svedese bisogna fare un po’ di strada. Certo, non mancano i problemi, anche di criminalità, ma questa è davvero una città multiculturale, lo dico in senso buono. Si respira una bella aria».

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